Pasquale Videtta

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Ecco il voto utile: i regali di PDS-DS-PD al Cav

In Partiti, Politica on 21 gennaio 2013 at 22:00

Schermata 2013-01-20 a 22.57.09Povero Antonio Gramsci, se sapesse a cosa si è ridotta l’Unità probabilmente rimpiangerebbe il giorno in cui decise di fondarla. E povera anche l’Unità, passata dalla direzione di Antonio Gramsci e quella di Claudio Sardo, autore del libro-intervista a Pier Luigi Bersani, e subentrato alla ben più critica e combattente Concita De Gregorio, evidentemente indisposta a rendere un giornale dalla storia così nobile ad house organ di un partito che quella storia l’ha completamente rinnegata.

Nella giornata di ieri, il quotidiano eterodiretto dal Partito Democratico ha sparato a zero contro Antonio Ingroia, candidato premier di Rivoluzione Civile, reo di aver deciso di presentare le proprie liste in ogni Regione d’Italia: «Il regalo di Ingroia al Cav», il titolo a 9 colonne.
Come se la responsabilità di 19 anni di Berlusconi e delle sue continue rinascite fossero dell’ex pm di Palermo, considerato dal leader del Pdl come «un cancro della democrazia».

Con un abile stratagemma orwelliano, quindi, il giornale del fu Antonio Gramsci, decide di stravolgere la realtà, dimenticandosi che i veri regali «al Cav» sono stati fatti, durante la storia politica dell’ultimo ventennio, da quelli che sono stati i suoi veri alleati ombra: prima dal Pds, poi dai Ds e infine dal Pd.

Il 24 Gennaio del 1997, Pds, Forza Italia, An e Ppi crearono il cosiddetto «Inciucio della Bicamerale»ribattezzato su l’Espresso da Claudio Rinaldi e Giampaolo Pansa, già prima della sua effettiva nascita, come il «D’Alemoni»: «E’ come – scrisse Pansa – se Silvio il Perdente si fosse vendicato entrando nel corpo di Massimo il Conquistatore, condannandolo a perpetrare le idee, la concezione mentale, le pulsioni illiberali del berlusconismo di guerra. E’ con gli attacchi di D’Alema ai giudici che ho capito che le idee del capo di Forza Italia erano passate nella testa del leader della Quercia».

Il «D’Alemoni», che Marco Travaglio ha definito, citando i Sepolcri di Foscolo«soave corrispondenza di amorosi sensi», nasce in seguito a nuove indagini giudiziarie nei confronti della politica. Innanzitutto, durante la campagna elettorale del 1996, scoppia il caso «Toghe Sporche»Previti, avvocato di Berlusconi, viene indagato per aver presumibilmente corrotto due giudici; parallelamente, si avvicina la chiusura di Tangentopoli, mentre a Palermo  vengono avviate altre indagini per via del rapporto tra giudici, politici e mafia: nel 1995, Giulio Andreotti viene rinviato a giudizio per associazione mafiosa; nel 1996 viene indagato il giudice Corrado Carnevale per concorso esterno in associazione mafiosa, in compagnia di altri tre ex magistrati della Cassazione: Stanislao Sibilia, Aldo Grassi e Paolino Dell’ Anno; sempre nel 1996 viene rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa Marcello Dell’Utri, co-fondatore di Forza Italia.

Nel frattempo Silvio Berlusconi riceve un rinvio a giudizio per concorso in corruzione (1995); un rinvio a giudizio per finanziamento illecito al PSI e per falso in bilancio aggravato (1996, processo All Iberian); un’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio (1997), successivamente archiviata. E’ inoltre indagato dalla procura di Firenze e dalla procura di Caltanissetta per concorso esterno in stragi.

Come si fa a non riformare la giustizia e a cambiare la Costituzione con un uomo da queste credenziali? E infatti il centrosinistra spalanca le porte a Berlusconi, tessera 1816 della P2:

  • nel 1996, l’art.371 del codice penale, fortemente sostenuto da Giovanni Falcone, viene depotenziato con un voto bipartisan: stop agli arresti per i falsi testimoni;
  • nel 1997 inciucio della Bicamerale: Massimo D’Alema eletto presidente grazie ai voti di Forza Italia;
  • 1° Luglio 1997: abolizione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale: un pubblico ufficiale, ad esempio, abusa del suo ruolo favorendo la persona Y, ma non si riesce a dimostrare il vantaggio patrimoniale ottenuto. Perché? Perché le giunte regionali di Lombardia (centrodestra), Piemonte (centrodestra) e Abruzzo (centrosinistra) erano coinvolte nella lottizzazione delle Asl ed erano state indagate quasi in blocco per abuso d’ufficio;
  • una sentenza della Consulta del 7 dicembre 1994 dichiara incostituzionale la legge Mammì, che permetteva a Mediaset di mantenere tre reti televisive sull’analogico, imponendo che entro il 28 agosto 1996 uno dei tre canali sarebbe dovuto finire sul digitale. Cosa fa il ministro delle Poste e telecomunicazioni Maccanico (governo Prodi)? Prima dispone due proroghe semestrali per Fininvest, poi realizza una legge (la legge Maccanico del 1997, appunto) che porta alla nascita dell’Agcom;
  • l’Agcom entra in funzione nel 1998, garantendo altri mesi di vita alle tre reti televise di Berlusconi, e istituisce una gara per gli 8 canali nazionali; Rete 4 perde a discapito di Europa 7, ma il Governo D’Alema arriva prontamente in soccorso di Silvio, concedendo proprio a Rete 4 una «abilitazione provvisoria» in modo da poter proseguire la messa in chiaro;
  • legge «ad Dell’Utrum» I: nel 1990 la Consulta elimina la possibilità di patteggiare (il patteggiamento garantisce uno sconto della pena) in fase d’appello, poiché incostituzionale. Nel 1998, però, durante il processo Dell’Utri (già condannato in primo grado a tre anni, due mesi e venticinque giorni di reclusione), il senatore Giuseppe Valentino di Alleanza Nazionale, infischiandosene della sentenza della Consulta, la ripropone: torna il patteggiamento in secondo grado di giudizio, grazie ai voti del centrosinistra. Dell’Utri non se ne avvale e la condanna viene confermata…;
  • legge ad «Dell’Utrum» II: … ma si sa, la Provvidenza non pone mai limiti: il 19 Gennaio del 1999, viene approvata in maniera bipartisan una norma transitoria alla legge Valentino che permette, udite udite, la possibilità di patteggiare anche in Cassazione, ossia nell’ultimo grado di giudizio. Il 16 Febbraio, 21 giorni prima dell’udienza finale su Dell’Utri, il tutto passa definitivamente, e il “buon” Marcello decide di avvalersi del patteggiamento: pena ridotta, sotto la soglia dei tre anni (fissata da un’altra legge bipartisan, la Simone[AN]-Saraceni[Pds] che evita il carcere a chiunque debba scontare meno di tre anni: Pomicino, Bisignani, Forlani, Citaristi, Sama, Garofano, condannati definitivamente per il processo Enimont, ringrazieranno sentitamente);
  • chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara: la maggioranza di centrosinistra, evidentemente non ancora soddisfatta, decide che oltre a realizzare gli intenti del centrodestra, è possibile spingersi oltre: perché non attuare anche alcuni desideri presenti nel papello di Totò Riina? Il 7 Agosto del 1996, il ministro della Giustizia Flick annuncia «la chiusura dei supercareri di Pianosa e Asinara entro il 1997». Promessa mantenuta: il 23 Ottobre 1997 il Consiglio dei Ministri vara la dismissione dei suddetti penitenziari (particolarmente osteggiati dai boss perché, essendo situati su isole, rendevano difficile la comunicazione esterna). Durissimo il giudizio de La Repubblica che, in un’analisi sull’operato del governo di centrosinistra nella lotta alla mafia, scrisse che «i boss di Palermo cominciano a tirare un sospiro di sollievo»;
  • bozza Boato (non approvata solo perché Berlusconi sciolse anticipatamente la Bicamerale): tratto da «L’inciucio colpisce ancora» di Peter Gomez e Marco Travaglio:

D’Alema avverte: «Il rapporto fra magistratura e potere politico è uno dei temi che più seriamente dovrà impegnare la Bicamerale». Il relatore sulla Giustizia è Marco Boato, ex Lotta continua, ex Psi, molto ostile alla magistratura. Il 30 ottobre ‘98 la bozza Boato viene approvata da tutti i partiti, tranne Rifondazione. Pare la riedizione del Piano di rinascita democratica di Licio Gelli: la magistratura non è più un “potere” dello Stato; carriere di pm e giudici separate, con due Csm in cui aumenta la presenza dei politici rispetto ai togati; i giudizi disciplinari sottratti al Csm e affidati a una “Corte di giustizia” con i magistrati ordinari in minoranza; le Procure non possono più prendere le notizie di reato, ma dovranno attendere le denunce della polizia (che dipende dal governo); l’azione penale non è più obbligatoria; “il ministro della Giustizia riferisce al Parlamento sull’esercizio dell’azione penale e sull’uso dei mezzi di indagine”.

Quando a Licio Gelli, capo della P2, venne chiesto un parere sulla Bozza Boato, da un lato s’inorgoglì, dall’altro si dispiacque perché avrebbe voluto che gli venisse riconosciuto il copyright: «Il mio Piano di rinascita? Vedo che, vent’anni dopo, questa Bicamerale lo sta copiando pezzo per pezzo, con la bozza Boato. Meglio tardi che mai. Mi dovrebbero almeno dare il copyright. Voglio i diritti d’autore».

  • la riforma dei pentiti di mafia che fa pentire di pentirsi (2001)la legge, proposta da Fassino, stravolge quella voluta da Falcone e Borsellino, riduce i benefici dello Stato riservati ai pentiti e riduce i tempi consentiti per collaborare con la giustizia: 180 giorni, poi stop. A spiegare la gravità della legge è il magistrato americano Richard Martin (collaboratore di Falcone) nella testimonianza resa al processo di Palermo contro Andreotti:

«Da noi non esiste alcun obbligo di dire tutto e subito, ma solo l’obbligo di dire la verità. Come mi insegnò Falcone, sviluppare la testimonianza di uno che è stato dentro una organizzazione come Cosa Nostra non è semplice, non è una cosa che si fa in una settimana, o in un mese. Quando uno ha vissuto, come Buscetta, trent’anni in Cosa Nostra, ci sarà un lungo periodo durante il quale si devono fare interrogatori e poi verifiche. Anche in Italia, Falcone non insisteva mai che qualcuno dicesse tutto subito, perché capita spesso che ci siano questioni, domande o informazioni che non sembrano rilevanti al momento. E perché il testimone non può sapere tutto quello che serve al Procuratore ad un certo momento, ma nel tempo possono venire fuori delle altre cose, delle altre domande. E questo è il metodo utilizzato da Falcone. Anche con Buscetta. Se dopo anni il collaboratore dice cose nuove, magari aprendo il discorso politico, per noi americani non fa differenza. (…) Se si parla di Cosa Nostra o di politica, è sempre la stessa cosa, è sempre necessario fare le verifiche. Ma non è proibita una testimonianza su un soggetto isolato (…) anche se è stata resa dopo un lungo periodo»;

Ad ispirare il provvedimento? L’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

  • discorso shockante di Luciano Violante (PDS-DS-PD) alla Camera:  «L’onorevole Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso ma nel 1994, che non sarebbero state toccate le televisioni quando ci fu il cambio di governo. Lo sa lui (Berlusconi, ndr) e lo sa anche l’onorevole Letta. Comunque a parte questo la questione è un altra: voi ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto di interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni, gli avessimo aumentato, durante il mandato di centrosinistra… il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte»;
  • indulto «ad Previtum»: il 4 Maggio del 2006 la Corte di Cassazione conferma la condanna di Cesare Previti: sei anni di reclusione per corruzione giudiziaria. La legge ex Cirielli, però, lo salva: l’ex avvocato di Silvio Berlusconi non dovrà “soggiornare” nel carcere di Rebibbia (dove vi rimarrà per soli quattro giorni), ma otterrà i domiciliari (che è quanto prevede la ex Cirielli per coloro che superano i settant’anni). Da questo momento in poi, non solo gli esponenti del centrodestra, ma anche quelli dell’Ulivo invocheranno l’indulto.Il via alle danze si ha il 6 Maggio, due giorni dopo la condanna, con il solito Piero Sansonetti, l’allora direttore del quotidiano di Rifondazione Comunista, «Liberazione»: «Salviamo Previti. Come? Con una legge ad personam: l’amnistia». Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’attuale sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. La sua soluzione? Non un’amnistia generalizzata per coloro che hanno ricevuto una condanna di sei anni (come proponeva Sansonetti), ma un condono ad personam di due-tre anni riservato a Previti, in modo da «poter rientrare nei limiti per accedere ai servizi sociali».Il 2 Giugno, Clemente Mastella, ai tempi Ministro della Giustizia, annuncia ai detenuti di Regina Coeli che proporrà «amnistia e indulto». Dichiarazioni che vennero accolte con favore da Fabrizio Cicchito, tessera 2232 della P2 e membro di Forza Italia, che però ci tenne a precisare«Dall’amnistia vanno esclusi solamente i reati di pedofilia e di criminalità organizzata. Punto. Nessuna discriminante su altri reati, magari per mantenere viva la polemica su Tangentopoli e sulla questione morale».Dopo una serie di «no» provvisori, l’11 Luglio in commissione giustizia si ha l’accordo tra Ds, Margherita, Forza Italia, Udc, Verdi e Rifondazione: arriva il testo messo a punto da Enrico Buemi (Rosa nel Pugno) che prevede l’indulto anche per i reati contro la Pubblica amministrazione, escludendo solamente terrorismo, mafia e pedofilia e mandando su tutte le furie Di Pietro.«Se non lasciamo nel testo la possibilità di far beneficiare dell’indulto anche Cesare Previti, Forza Italia non voterà con noi questo provvedimento. E vorrei ricordare a tutti che il quorum per farlo passare è di due terzi», ammette candidamente Pierluigi Mantinicapogruppo dell’Ulivo in commissione Giustizia, successivamente sbugiardato da La Repubblica e da Travaglio per le contraddizioni della sua coalizione.L’inciucio è servito: il 26 Luglio viene bocciato un emendamento dell’Idv che propone di escludere dall’indulto i reati contro la Pubblica amministrazione e il voto di scambio politico-mafioso. Stessa sorte per un emendamento del Pdci contro il voto di scambio: bocciato con 408 no (Ulivo, Forza Italia, Rifondazione), 57 sì (Pdci, Idv, Lega) e 53 astensioni (An). Il 27 Luglio la Camera approva l’indulto con 46o sì, 94 no (An, Lega, Idv),  e 18 astensioni (Pdci)Previti è salvo e con lui anche gli ex amministratori di Unipol, Consorte e Sacchetti, condannati il 25 Ottobre dal Tribunale di Milano: pena interamente condonata dall’indulto. Amen;
  • Ddl Mastella, bavaglio ai giornalisti (approvato alla Camera con voto bipartisan, non al Senato per scioglimento anticipato della legislatura): vietata la pubblicazione del “testo” e del “riassunto” degli atti giudiziari e delle intercettazioni fino alla conclusione delle indagini preliminari; la multa per il cronista che infrange il divieto di pubblicazione passano da un minimo di 51 euro a un massimo di 258 a un minimo di 10mila e a un massimo di 100mila;
  • Sì a condannati, indagati e pregiudicati per mafia nella Comissione Antimafia: il 6 Luglio 2006, la Camera  boccia l’emendamento di Orazio Licandro del Pdci con una maggioranza bulgara: 421 no, 21 sì (14 del Pdci più 7 voti ribelli). Cosa prevedeva di terribile per ricevere tutta questa contrarietà? Semplicemente che la Commissione Antimafia non fosse costituita da membri condannati,imputati o indagati per mafia o per reati contro la Pubblica amministrazione.A comporre la suddetta Commissione anche Cirino Pomicino, condannato a un anno e otto mesi di reclusione per finanziamento illecito (tangente Enimont) e a due mesi di reclusione (patteggiamento) per corruzione per fondi neri Eni, e Alfredo Vito, il quale patteggiò due anni di condanna con pena sospesa e cancellata 5 anni dopo, per sei episodi di reato contro la Pubblica Amministrazione.L’allora presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione, attualmente candidato in Sinistra Ecologia Libertà, reagì rabbiosamente non contro i due condannati, ma contro chi, come Nando Dalla Chiesa, contestava tale presenza: «Si vogliono spargere veleni per delegittimare l’istituzione, come già capito a Falcone e Borsellino», che sentitisi paragonare a Vito e Pomicino si sono rivoltati nella tomba. In fondo «il Parlamento è lo specchio del Paese», spiegava ancora Forgione.

    Quindi, siccome in Italia ci sono stupratori e pedofili, li piazziamo in Commissione per dare a tutti equa rappresentanza?

  • Scudo fiscale: 24 deputati del Pd si assentano e B. ottiene la fiducia: il 2 Ottobre 2009, la Camera vota sì alla fiducia sullo scudo fiscale. Tantissime le assenze nelle file del centrodestra, sarebbero bastati 20 voti non solo per evitare che il provvedimento passasse, ma anche per sfiduciare il Governo. Ma 32 parlamentari dell’opposizione si assentano: di questi, 24 del Pd.

Altro che Ingroia: negli ultimi vent’anni, il più grande alleato di Berlusconi è stato il centrosinistra, salvo poi evocare il suo spauracchio ad ogni tornata elettorale. Al «voto utile» (utile a chi? A cosa?) preferisco di gran lunga quello consapevole e libero dai ricatti.

P.S. Per chi volesse approfondire, consiglio la lettura dell’ottimo libro di Marco Travaglio «Ad personam», senza il quale sarebbe stato praticamente impossibile recuperare e ricostruire parte della memoria storica degli ultimi vent’anni.

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