Pasquale Videtta

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Va tutto bene, va tutto bene

In Elezioni 2013 on 26 febbraio 2013 at 13:38

vendo bersaE ancora una volta siamo qui a commentare un’altra disfatta, l’ennesimo miracolo del centrosinistra, capace di perdere elezioni già vinte e di resuscitare, tanto per cambiare, un candidato politicamente morto. Non è andata meglio a Rivoluzione Civile, il cui progetto inizialmente nobile è stato sporcato da chi ha tentato di appropriarsene, tentando di utilizzare il movimento come un autobus verso il Parlamento.

Hanno perso tutte le sinistre, di ogni sfumatura, apparse conservatrici agli occhi degli italiani, distanti dai problemi reali del Paese, troppo impegnate a discutere di alchimie post-elettorali. Italia Bene Comune è sembrata fin da subito un progetto grigio, proprio come i manifesti di Pier Luigi Bersani (e qui ci sarebbe da affrontare l’annoso problema della comunicazione del Pd). Quest’ultimo verrà ricordato non per le sue proposte (poche e poco entusiasmanti), ma per il suo politicismo astratto, per i suoi continui richiami ad accordi di governo con Monti, ingigantendo una figura che, in termini elettorali, ha ottenuto appena il 9% al Senato. Questo, a sua volta, ha penalizzato Sinistra Ecologia Libertà, che è riuscita a far peggio della Sinistra Arcobaleno (3,1%) e dell’Idv alleata con il Pd nel 2008 (3,2% vs 4,4%), appannando la figura di Nichi Vendola (il centrodestra ha vinto anche in Puglia), non più visto come l’uomo rivoluzionario, radicale, di sinistra e alternativo alle scelte sciagurate dell’apparato dirigenziale del Pd, ma come un dirigente politico subalterno, un contro-altare, l’artista della famiglia, una costola di sinistra di Letta, Fioroni e D’Alema.

Berlusconi, al contrario, verrà sì ricordato (perlomeno dal sottoscritto) per il suo show a Servizio Pubblico, ma anche per la sua proposta (folle, ridicola o seria che sia) sull’Imu, per il suo «no» ad ulteriori sacrifici, per le sue critiche al ruolo limitato della BCE, per il suo contrasto al fiscal compact (in compenso ci si dimenticherà o si è già dimenticato che è stato lui a sostenerlo per primo). Cose, insomma, che avrei dovuto sentire dalla coalizione dei progressisti (a parte la boutade sull’Imu) e dal suo candidato premier. Ma Bersani, invece, ha fatto l’esatto contrario, sostenendo che i trattati fiscali europei non sarebbero stati rinegoziati e che in fondo sarebbe bastata «un po’ più di equità», arrivando a rinnegare la patrimoniale sulle grande ricchezze, da utilizzare, insieme ad altre proposte (come il reddito minimo garantito), per ribattere alla trovata del Caimano.

E’ stato il centrosinistra a riportare Berlusconi alla ribalta, non solo non accettando di votare un anno fa (quando il leader del Pdl non avrebbe superato nemmeno il 15%), ma riproponendo il voto contro una persona, il «voto utile» (alla fine dimostratosi ancora una volta inutile, come nel 2008), lo smacchiamento del «giaguaro», che come ha fatto notare l’amico Claudio Riccio, ha soppiantato lo slogan «l’Italia giusta»: 

«L’obiettivo programmatico è stato rimpiazzato da quello competitivo, il parteggiare per un’idea è stato sostituito dal tifo per una collocazione politica. “Vincere per cambiare il Paese” è diventato un “vincere per non tornare indietro”. Il progetto politico dei progressisti e in particolare quello democratico sembra aver scelto di autoalimentarsi aiutando la propria nemesi a tornare al centro della scena e del dibattito politico. Così facendo ha incastrato tutti nell’eterno ritorno dell’ultimo ventennio. Più che un giaguaro il simbolo della campagna elettorale sembra proprio essere il gattopardo, simbolo del “cambiare tutto per non cambiare niente».

Dopo vent’anni gli elettori di sinistra, speranzosi di votare per realizzare qualcosa e non di votare ancora una volta contro qualcuno, hanno detto basta e si sono riversati nel MoVimento 5 Stelle. Questo lo dicono i numeri: il Pd di Bersani ha perso tre milioni e quattrocentomila voti rispetto a quello di Veltroni. Tale emorragia è particolarmente evidente al Sud e nelle cosiddette «Regioni Rosse», ossia Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Marche. Nella prima i democratici sono passati (dati della Camera) dal 46,8% al 37,5% (circa trecentomila voti in meno); nella seconda si è scesi dal 45,7% al 37% (anche qui trecentomila voti in meno); nella terza dodici punti percentuali in meno: dal 44,4% al 32,1% (meno centomila voti); nell’ultima dal 41,4% al 27,7% (centocinquantamila voti in meno), con tanto di sorpasso del M5S, diventato primo partito col 32,1%.

Ma i voti di Grillo sono solamente mera protesta contro i partiti in sé? No, hanno perso, come ha fatto notare Francesca Fornario, coloro i quali hanno sostenuto l’austerity, i sacrifici indiscriminati e coloro i quali si sono alleati con chi ha sostenuto tutto ciò. Esempi lampanti: il Pd (crollato), l’Udc (1,8%), Fli (0,5%, ma i problemi di questo partito non si racchiudono in ciò), lo stesso Monti (un misero 9%), Sel (3,2%). Ne hanno tratto vantaggio il M5S e parzialmente Berlusconi, le cui colpe sono state dimenticate e cancellate con un colpo di spugna e che, a partire dalla fiducia tolta al Governo dei tecnici, ha ripreso la sua ascesa, riportando un partito dato al 13% al 29%.

Poi, va be’, capisci che ogni analisi, compresa quella che ho appena fatto (condivisibile o meno) sarà inutile quando senti dire da Enrico Letta che in fondo così male non è andata perché «bisogna prendere atto che il Pd è primo al Senato», da Ingroia che RC ha fallito «perché è colpa del Pd» e poi da Vendola che «noi di Sel possiamo dirlo con orgoglio: missione compiuta. La sinistra torna in Parlamento». 7 senatori come missione della «sinistra». Immaginate se  questa fosse fallita. Con questi dirigenti qui non vinceremo mai.

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Sarà solo colpa vostra

In Elezioni 2013, Politica on 7 febbraio 2013 at 13:55

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Mancano ormai (e per fortuna) diciassette giorni alla fine di questa orrida campagna elettorale, contrassegnata dall’assenza pressoché totale di programmi e proposte, da militanti diventati avvocati di partito, piccoli Gasparri e Ghedini ancora in fasce. Non una discussione sui contenuti, prime pagine occupate da possibili (io direi sicuri) accordi di Palazzo tra il Partito Democratico e i centristi, dibattiti sul web incentrati sulla figura di Li Gotti, sul voto utile, su quanto Ingroia sia manettaro poiché magistrato.

Il duo Vendola-Bersani crolla nei sondaggi (siamo passati da una forbice del 10-11% a una del 3-5%) non a causa di un pericoloso procuratore di Palermo, ma perché il candidato leader della coalizione va ripetendo da mesi, e con maggiore insistenza dalle primarie in poi, che il destino del centrosinistra sarà quello di accordarsi e di allearsi con l’allegra compagnia montiana.

Berlusconi, seppur in maniera demagogica, riesce ancora a dettare l’agenda e ad ottenere la ribalta sui media anche attraverso delle idee (la restituzione dell’Imu o il condono tombale), condivisibili o meno che siano. Il grande problema di Italia Bene Comune, invece, è che non vi è una sola proposta condivisa sia da Sel che dal Pd capace non dico di far sognare, emozionare, sperare, ma quantomeno di attirare l’attenzione da parte della stampa e degli elettori. Fateci caso: i titoli principali sul centrosinistra riguardano solamente l’accordo con il Centro. Non c’è un solo punto programmatico forte in cui una persona di sinistra si possa identificare pienamente.

Non c’è il reddito minimo garantito (Bersani ha parlato di salario minimo; qualcuno lo spieghi al Corriere della Sera); non c’è la rinegoziazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio; non c’è il ripristino dell’art.18; non c’è la legalizzazione dei matrimoni omosessuali, delle droghe leggere e della prostituzione; non c’è nessuno che nomini il testamento biologico, l’eutanasia o un qualsiasi tema etico; non c’è (più) nemmeno la patrimoniale; non c’è il no al Tav in Val di Susa e così via.

Ecco perché poi gli elettori di sinistra, stanchi degli accordi di Palazzo e di dover sentire un giorno sì e l’altro pure che l’alleanza con Casini, Fini, Binetti, Monti e Buttiglione si farà, si rifugiano nel voto verso Grillo o Ingroia. Non per spirito di autolesionismo, non perché godono nel vedere il centrosinistra perdere, ma perché stufi di assistere ad una coalizione rinunciataria, pavida, subalterna, triste e grigia. Perché una persona che si riconosce nei punti sopraelencati dovrebbe votare per una coalizione che, evidentemente a causa del Pd, quei punti non li porterà avanti?

E no, non date colpe agli elettori per quelli che sono solo vostri demeriti, mancanze e silenzi. Non chiedete il «voto utile» per scongiurare il ritorno di qualcuno (quel “qualcuno” che avete aiutato e resuscitato per vent’anni). Chiedete, piuttosto, il voto libero e consapevole per realizzare qualcosa. Altrimenti la colpa sarà solo vostra e il voto verso qualcun’altro una semplice conseguenza.

Nichi, adesso che profumo senti?

In Politica on 18 gennaio 2013 at 09:59

nichi bersaniSono le 10.40 e Pier Luigi Bersani mi ha ricordato, come ogni giorno e semmai ce ne fosse ancora bisogno, il perché o meglio i perché la coalizione Italia Bene Comune non avrà mai il mio voto.

In una serie di dichiarazioni rilasciate a Radio 24, il segretario del Pd ha appoggiato con convinzione l’ennesima guerra, questa volta in Mali, e ha chiarito che con lui non ci sarà nessuna patrimoniale: «Non voglio fare Robespierre o Saint-Just: niente patrimoniale. Giusto l’intervento in Mali della Francia, che non va lasciata sola».

Ecco, dopo il «no» al reddito minimo garantito (dal minuto 16.13), alla rinegoziazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio (pur avendoli osteggiati con Berlusconi, salvo poi votarli), ai matrimoni gay, al ripristino dell’art.18 e dopo il «sì» al Tav in Val di Susa e ad un inasprimento dei vincoli fiscali (sostegno alla proposta del ministro delle finanze della MerkelWolfgang Schäuble), viene spontaneo chiedersi: Nichi, ma adesso che profumo senti?

Ma quindi che senso ha votare Sel?

In Politica on 14 gennaio 2013 at 14:47

Bersani-Vendola5-638x425Sui social network, quando un dirigente del Pd dice cose che profumano poco di sinistra, è matematico leggere tra i militanti di Sel una frase che è diventata come il «ce lo chiede l’Europa»: «per questo bisogna votare il nostro partito». Buono per ogni stagione, il «per questo bisogna votarci» viene ripetuto come un mantra: il Pd dice no alla pasta al pomodoro? «Per questo bisogna votarci. C’è una pasta al sugo migliore». Franceschini dice che la coca cola è migliore della Pepsi? «Per questo bisogna votare Sel. La solita coca cola #OppurePepsi».

In ordine di tempo, il candidato dei «progressisti» (la parola «sinistra» è ormai considerata una bestemmia)  Pier Luigi Bersani ha detto: al Tav e «nessuno può mettere l’opera in dubbio» (9 Marzo 2012); no ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, travisando le effettive parole di Obama, rinforzate dal sostegno ufficiale del Democratic Party (31 Agosto 2012); no al ripristino dell’art.18 (10 Dicembre 2012), mentre Vendola non solo proponeva di estenderlo a tutti, ma “minacciava” i democratici di rompere l’alleanza: «se il Pd cede sull’art.18, il centrosinistra è a pezzi»; no alla rinegoziazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio (26 Dicembre 2012), malgrado fosse di avviso completamente diverso quando a governare era Silvio Berlusconi«Non parlateci di pareggio di bilancio in Costituzione, sarebbe castrarsi da ogni politica economica» (11 Agosto 2011); ad un ulteriore inasprimento del fiscal compact e dei vincoli economici europei (26 Dicembre 2012), dichiarandosi parzialmente favorevole alla proposta di Wolfgang Schäuble (ministro delle finanze di Angela Merkel), che consiste nella nomina di un commissario unico (Bersani preferirebbe una commissione) col compito non solo di valutare l’effettiva applicazione delle regole di bilancio, ma anche di porre il veto; no (dal minuto 16:13) al reddito minimo garantito perché non ci sono i fondi necessari per sostenerlo: «Datemi i soldi e io domattina faccio la Danimarca. […] Non raccontiamoci che gli asini volano: noi abbiamo un sistema legato ad una storia e anche a delle risorse» (10 Gennaio 2013).

Insomma, tutte le battaglie che hanno contraddistinto Sel sono state cestinate in appena nove mesi dai loro alleati. Questo antipasto di ciò che sarà il futuro governo di centrosinistra è condito da una Carta d’Intenti che, di fatto, imbriglia ulteriormente Vendola:

«Le forze della coalizione, in un quadro di lealtà e civiltà dei rapporti, si dovranno impegnare a «sostenere in modo leale e per l’intero arco della legislatura l’azione del premier scelto con le primarie; vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta; assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese […]; appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona»

La cosa divertente è che proprio il governatore pugliese, convertitosi sulla via di Veltroni, ha invocato prima di chiunque altro il «voto utile» verso Italia Bene Comune (i cui intenti sono tutt’altro che comuni). Ecco, prima del «voto utile», magari bisognerebbe invocare quello «coerente». Ma evidentemente Nichi non può più farlo.

P.S. Durante la stesura di questo articolo, Bersani ha affermato che «i mercati possono stare tranquilli, lo statalismo è di destra». Davvero inebriante questo «profumo di sinistra».

Puzza Confindustriale, altro che «profumo di sinistra»

In Politica on 7 gennaio 2013 at 16:32

vendola bersani 5Tra i tanti “profumi” del centrosinistra, mancava ancora quello dall’aroma Confindustriale. Il Pd, però, ha pensato “bene” di sopperire a questa mancanza: Giampaolo Galli, ex direttore generale di Confindustria, sarà candidato in Lombardia.

Galli, per intenderci, è lo stesso che rimproverò Monti di essere stato troppo tenero sull’art.18 e sulle liberalizzazioni del mercato del lavoro.

Sempre più centro, sempre meno sinistra. Questo puzza, per altri profuma.

UPDATE 18:40: il Pd, tramite la pagina ufficiale su Facebook, fa sapere che candiderà anche Giorgio Santini, segretario generale aggiunto della Cisl. Gli operai ringraziano sentitamente.

Vendola e i disoccupati sulla coscienza

In Partiti on 3 gennaio 2013 at 21:58

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E così sono stati ufficializzati i capilista di Sinistra Ecologia Libertà per la Camera e il Senato. Spiccano, tra tanti nomi positivi (Giorgio Airaudo, Laura Boldrini, Giovanni Barozzino, Pape Diaw, Giulio Marcon), pesanti stonature, dettate da un listino bloccato che ha salvaguardato tredici dirigenti del partito. Una sorta di Porcellinum interno, perché le primarie vanno bene, «sono come il gesto del bambino che ascolta la conchiglia e sente il rumore del mare», ma guai ad esagerare.

Posto che considero aberrante che un partito che ha sempre sostenuto la partecipazione dal basso ponga un numero di garantiti, ciò sarebbe stato accettabile se e solo se questi fossero stati interamente pezzi della società civile. Esterni a Sel, insomma, e di conseguenza con oggettive difficoltà a poter vincere una competizione che prevede la partecipazione dei soli iscritti.

Così non è stato. E allora ecco Claudio Fava che, dopo aver dimenticato la residenza nelle ultime Regionali che lo hanno visto candidato prima come presidente e poi come vicepresidente (e in cui io, nel mio piccolo, l’ho sostenuto), è stato “premiato” con il listino bloccato ed evidentemente tutelato anche dalle possibili pernacchie siciliane: sarà capolista non in quella che dovrebbe essere la sua Regione, ma in Lombardia 1, alla Camera. Ci si augura, quantomeno, che qualcuno gli procuri la residenza.

Clamoroso quanto avvento nelle Marche: nessun candidato capolista eletto con le primarie. Due nomi su due disponibili catapultati da Roma: Laura Boldrini (figura nobilissima, sia chiaro), che ricoprirà lo stesso ruolo anche in Sicilia 1 e Sicilia 2, e Maria Luisa Boccia (sarà presente anche in Emilia Romagna, sempre per il Senato, sempre come capolista), presidentessa dell’assemblea nazionale di Sel, anche lei nel listino bloccato. Non va molto meglio nel Lazio 1: i primi due capolista alla Camera sono Massimiliano Smeriglio del coordinamento nazionale e il tesoriere Sergio Boccadutri (anche lui blindato dalle primarie). Da segnalare anche il caso della Toscana: come nel Lazio 1, i primi due nomi al Senato, pur essendo espressioni civiche, sono direttamente nominati da Roma: Pape Diaw, esponente della comunità senegalese, e Ida Dominijanni, editorialista de il Manifesto.

Un altro stacanovista è Gennaro Migliore, uno dei principali artefici del 3% ottenuto da Sinistra Ecologia Libertà alle elezioni comunali di Napoli. E’ stato infatti lui uno dei main-sponsor di Mario Morcone, pesantemente sconfitto da Luigi de Magistris. Risultato? Zero consiglieri comunali eletti, nonché disfatta del proprio candidato. Ma fa niente, come si fa a dirgli di no? Anche lui blindato nel listino bloccato, così come l’intero coordinamento nazionale. Sarà candidato capolista in Campania 1 e in Campania 2: o entra o entra, ad oltranza. Sia mai che Vendola possa avere un disoccupato sulla coscienza.