Pasquale Videtta

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Pd e Sel, consultate i vostri iscritti, non B.

In Partiti, Politica on 16 aprile 2013 at 13:27

gabanelliIl M5S ha scelto. La candidata alla Presidenza della Repubblica sarà una donna, una giornalista seria, pericolosa per chi commette o ha commesso atti illeciti e quindi esemplare: Milena Gabanelli.

Tuttavia, non voglio concentrarmi sulla figura cristallina della conduttrice di Report (che a mio avviso rifiuterà la candidatura, così come Gino Strada), né sulle sue (presunte) mancanze istituzionali, ma sul processo che ha portato a tale scelta. Un processo che – in tutti i suoi limiti – ha consentito a dei semplici iscritti di scegliere il proprio candidato.

Per questo sono abbastanza patetiche le critiche e le ironie verso le Quirinarie del M5S, specie se poi si sta in silenzio dinanzi alle candidature (Marini, Amato, Finocchiaro, D’Alema) del proprio schieramento politico o se, peggio ancora, si dà la colpa di un eventuale inciucio Pd-Pdl per la Presidenza della Repubblica a Grillo, dimenticandosi che è stato Bersani a richiamare – dopo l’incontro con Monti – «un nome di unità nazionale» e «la massima convergenza». Se il Pd non volesse davvero convergenze parallele e soavi corrispondenze d’amorosi sensi con B., non solo non avrebbe fissato un incontro, ma avrebbe proposto sin da subito un nome di rottura (vi dice niente Stefano Rodotà?). Così non è stato.

Ecco, anziché deridere il meccanismo di scelta del M5S, forse sarebbe il caso di allargarlo ad una platea ancor più estesa. Sarebbe gradito, insomma, che Pd e Sel (rappresentate da Bersani) cercassero convergenze con i propri iscritti, “incontrandoli” con delle apposite «Quirinarie», piuttosto che cercarle con B., incontrandolo nelle segrete stanze.

Va tutto bene, va tutto bene

In Elezioni 2013 on 26 febbraio 2013 at 13:38

vendo bersaE ancora una volta siamo qui a commentare un’altra disfatta, l’ennesimo miracolo del centrosinistra, capace di perdere elezioni già vinte e di resuscitare, tanto per cambiare, un candidato politicamente morto. Non è andata meglio a Rivoluzione Civile, il cui progetto inizialmente nobile è stato sporcato da chi ha tentato di appropriarsene, tentando di utilizzare il movimento come un autobus verso il Parlamento.

Hanno perso tutte le sinistre, di ogni sfumatura, apparse conservatrici agli occhi degli italiani, distanti dai problemi reali del Paese, troppo impegnate a discutere di alchimie post-elettorali. Italia Bene Comune è sembrata fin da subito un progetto grigio, proprio come i manifesti di Pier Luigi Bersani (e qui ci sarebbe da affrontare l’annoso problema della comunicazione del Pd). Quest’ultimo verrà ricordato non per le sue proposte (poche e poco entusiasmanti), ma per il suo politicismo astratto, per i suoi continui richiami ad accordi di governo con Monti, ingigantendo una figura che, in termini elettorali, ha ottenuto appena il 9% al Senato. Questo, a sua volta, ha penalizzato Sinistra Ecologia Libertà, che è riuscita a far peggio della Sinistra Arcobaleno (3,1%) e dell’Idv alleata con il Pd nel 2008 (3,2% vs 4,4%), appannando la figura di Nichi Vendola (il centrodestra ha vinto anche in Puglia), non più visto come l’uomo rivoluzionario, radicale, di sinistra e alternativo alle scelte sciagurate dell’apparato dirigenziale del Pd, ma come un dirigente politico subalterno, un contro-altare, l’artista della famiglia, una costola di sinistra di Letta, Fioroni e D’Alema.

Berlusconi, al contrario, verrà sì ricordato (perlomeno dal sottoscritto) per il suo show a Servizio Pubblico, ma anche per la sua proposta (folle, ridicola o seria che sia) sull’Imu, per il suo «no» ad ulteriori sacrifici, per le sue critiche al ruolo limitato della BCE, per il suo contrasto al fiscal compact (in compenso ci si dimenticherà o si è già dimenticato che è stato lui a sostenerlo per primo). Cose, insomma, che avrei dovuto sentire dalla coalizione dei progressisti (a parte la boutade sull’Imu) e dal suo candidato premier. Ma Bersani, invece, ha fatto l’esatto contrario, sostenendo che i trattati fiscali europei non sarebbero stati rinegoziati e che in fondo sarebbe bastata «un po’ più di equità», arrivando a rinnegare la patrimoniale sulle grande ricchezze, da utilizzare, insieme ad altre proposte (come il reddito minimo garantito), per ribattere alla trovata del Caimano.

E’ stato il centrosinistra a riportare Berlusconi alla ribalta, non solo non accettando di votare un anno fa (quando il leader del Pdl non avrebbe superato nemmeno il 15%), ma riproponendo il voto contro una persona, il «voto utile» (alla fine dimostratosi ancora una volta inutile, come nel 2008), lo smacchiamento del «giaguaro», che come ha fatto notare l’amico Claudio Riccio, ha soppiantato lo slogan «l’Italia giusta»: 

«L’obiettivo programmatico è stato rimpiazzato da quello competitivo, il parteggiare per un’idea è stato sostituito dal tifo per una collocazione politica. “Vincere per cambiare il Paese” è diventato un “vincere per non tornare indietro”. Il progetto politico dei progressisti e in particolare quello democratico sembra aver scelto di autoalimentarsi aiutando la propria nemesi a tornare al centro della scena e del dibattito politico. Così facendo ha incastrato tutti nell’eterno ritorno dell’ultimo ventennio. Più che un giaguaro il simbolo della campagna elettorale sembra proprio essere il gattopardo, simbolo del “cambiare tutto per non cambiare niente».

Dopo vent’anni gli elettori di sinistra, speranzosi di votare per realizzare qualcosa e non di votare ancora una volta contro qualcuno, hanno detto basta e si sono riversati nel MoVimento 5 Stelle. Questo lo dicono i numeri: il Pd di Bersani ha perso tre milioni e quattrocentomila voti rispetto a quello di Veltroni. Tale emorragia è particolarmente evidente al Sud e nelle cosiddette «Regioni Rosse», ossia Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Marche. Nella prima i democratici sono passati (dati della Camera) dal 46,8% al 37,5% (circa trecentomila voti in meno); nella seconda si è scesi dal 45,7% al 37% (anche qui trecentomila voti in meno); nella terza dodici punti percentuali in meno: dal 44,4% al 32,1% (meno centomila voti); nell’ultima dal 41,4% al 27,7% (centocinquantamila voti in meno), con tanto di sorpasso del M5S, diventato primo partito col 32,1%.

Ma i voti di Grillo sono solamente mera protesta contro i partiti in sé? No, hanno perso, come ha fatto notare Francesca Fornario, coloro i quali hanno sostenuto l’austerity, i sacrifici indiscriminati e coloro i quali si sono alleati con chi ha sostenuto tutto ciò. Esempi lampanti: il Pd (crollato), l’Udc (1,8%), Fli (0,5%, ma i problemi di questo partito non si racchiudono in ciò), lo stesso Monti (un misero 9%), Sel (3,2%). Ne hanno tratto vantaggio il M5S e parzialmente Berlusconi, le cui colpe sono state dimenticate e cancellate con un colpo di spugna e che, a partire dalla fiducia tolta al Governo dei tecnici, ha ripreso la sua ascesa, riportando un partito dato al 13% al 29%.

Poi, va be’, capisci che ogni analisi, compresa quella che ho appena fatto (condivisibile o meno) sarà inutile quando senti dire da Enrico Letta che in fondo così male non è andata perché «bisogna prendere atto che il Pd è primo al Senato», da Ingroia che RC ha fallito «perché è colpa del Pd» e poi da Vendola che «noi di Sel possiamo dirlo con orgoglio: missione compiuta. La sinistra torna in Parlamento». 7 senatori come missione della «sinistra». Immaginate se  questa fosse fallita. Con questi dirigenti qui non vinceremo mai.

Nichi, adesso che profumo senti?

In Politica on 18 gennaio 2013 at 09:59

nichi bersaniSono le 10.40 e Pier Luigi Bersani mi ha ricordato, come ogni giorno e semmai ce ne fosse ancora bisogno, il perché o meglio i perché la coalizione Italia Bene Comune non avrà mai il mio voto.

In una serie di dichiarazioni rilasciate a Radio 24, il segretario del Pd ha appoggiato con convinzione l’ennesima guerra, questa volta in Mali, e ha chiarito che con lui non ci sarà nessuna patrimoniale: «Non voglio fare Robespierre o Saint-Just: niente patrimoniale. Giusto l’intervento in Mali della Francia, che non va lasciata sola».

Ecco, dopo il «no» al reddito minimo garantito (dal minuto 16.13), alla rinegoziazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio (pur avendoli osteggiati con Berlusconi, salvo poi votarli), ai matrimoni gay, al ripristino dell’art.18 e dopo il «sì» al Tav in Val di Susa e ad un inasprimento dei vincoli fiscali (sostegno alla proposta del ministro delle finanze della MerkelWolfgang Schäuble), viene spontaneo chiedersi: Nichi, ma adesso che profumo senti?

Ma quindi che senso ha votare Sel?

In Politica on 14 gennaio 2013 at 14:47

Bersani-Vendola5-638x425Sui social network, quando un dirigente del Pd dice cose che profumano poco di sinistra, è matematico leggere tra i militanti di Sel una frase che è diventata come il «ce lo chiede l’Europa»: «per questo bisogna votare il nostro partito». Buono per ogni stagione, il «per questo bisogna votarci» viene ripetuto come un mantra: il Pd dice no alla pasta al pomodoro? «Per questo bisogna votarci. C’è una pasta al sugo migliore». Franceschini dice che la coca cola è migliore della Pepsi? «Per questo bisogna votare Sel. La solita coca cola #OppurePepsi».

In ordine di tempo, il candidato dei «progressisti» (la parola «sinistra» è ormai considerata una bestemmia)  Pier Luigi Bersani ha detto: al Tav e «nessuno può mettere l’opera in dubbio» (9 Marzo 2012); no ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, travisando le effettive parole di Obama, rinforzate dal sostegno ufficiale del Democratic Party (31 Agosto 2012); no al ripristino dell’art.18 (10 Dicembre 2012), mentre Vendola non solo proponeva di estenderlo a tutti, ma “minacciava” i democratici di rompere l’alleanza: «se il Pd cede sull’art.18, il centrosinistra è a pezzi»; no alla rinegoziazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio (26 Dicembre 2012), malgrado fosse di avviso completamente diverso quando a governare era Silvio Berlusconi«Non parlateci di pareggio di bilancio in Costituzione, sarebbe castrarsi da ogni politica economica» (11 Agosto 2011); ad un ulteriore inasprimento del fiscal compact e dei vincoli economici europei (26 Dicembre 2012), dichiarandosi parzialmente favorevole alla proposta di Wolfgang Schäuble (ministro delle finanze di Angela Merkel), che consiste nella nomina di un commissario unico (Bersani preferirebbe una commissione) col compito non solo di valutare l’effettiva applicazione delle regole di bilancio, ma anche di porre il veto; no (dal minuto 16:13) al reddito minimo garantito perché non ci sono i fondi necessari per sostenerlo: «Datemi i soldi e io domattina faccio la Danimarca. […] Non raccontiamoci che gli asini volano: noi abbiamo un sistema legato ad una storia e anche a delle risorse» (10 Gennaio 2013).

Insomma, tutte le battaglie che hanno contraddistinto Sel sono state cestinate in appena nove mesi dai loro alleati. Questo antipasto di ciò che sarà il futuro governo di centrosinistra è condito da una Carta d’Intenti che, di fatto, imbriglia ulteriormente Vendola:

«Le forze della coalizione, in un quadro di lealtà e civiltà dei rapporti, si dovranno impegnare a «sostenere in modo leale e per l’intero arco della legislatura l’azione del premier scelto con le primarie; vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta; assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese […]; appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona»

La cosa divertente è che proprio il governatore pugliese, convertitosi sulla via di Veltroni, ha invocato prima di chiunque altro il «voto utile» verso Italia Bene Comune (i cui intenti sono tutt’altro che comuni). Ecco, prima del «voto utile», magari bisognerebbe invocare quello «coerente». Ma evidentemente Nichi non può più farlo.

P.S. Durante la stesura di questo articolo, Bersani ha affermato che «i mercati possono stare tranquilli, lo statalismo è di destra». Davvero inebriante questo «profumo di sinistra».

Primarie Sel, buone notizie dalla Toscana

In Partiti on 4 gennaio 2013 at 18:50

ulivieri selDopo le polemiche per la decisione della direzione nazionale di nominare come capolista al Senato Pape Diaw e al secondo posto Ida Dominijanni (due espressioni civiche inserite, però, nel listino blindato), falsando di fatto l’esito delle primarie, il coordinamento regionale di Sinistra Ecologia Libertà Toscana ha stabilito e riformulato l’effettiva compilazione della lista. A guidare il partito non sarà più Pape Diaw, bensì Alessia Pietraglia, la più votata alle primarie. Subito dopo ci sarà Renzo Ulivieri (risultato secondo classificato) che, a causa delle inspiegabili scelte dei dirigenti nazionali, era scalato al quarto posto.

Per quanto riguarda Pape Diaw, il portavoce della comunità senegalese di Firenze occuperà il terzo posto, ma sarà capolista in Veneto. La Dominijanni, editorialista de Il Manifesto, sarà capolista esclusivamente in Calabria per il Senato.

Restano, tuttavia, altri casi gravi (come quello nelle Marche) che sarebbe opportuno risolvere. Per ulteriori informazioni, rimando qui.

Vendola e i disoccupati sulla coscienza

In Partiti on 3 gennaio 2013 at 21:58

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E così sono stati ufficializzati i capilista di Sinistra Ecologia Libertà per la Camera e il Senato. Spiccano, tra tanti nomi positivi (Giorgio Airaudo, Laura Boldrini, Giovanni Barozzino, Pape Diaw, Giulio Marcon), pesanti stonature, dettate da un listino bloccato che ha salvaguardato tredici dirigenti del partito. Una sorta di Porcellinum interno, perché le primarie vanno bene, «sono come il gesto del bambino che ascolta la conchiglia e sente il rumore del mare», ma guai ad esagerare.

Posto che considero aberrante che un partito che ha sempre sostenuto la partecipazione dal basso ponga un numero di garantiti, ciò sarebbe stato accettabile se e solo se questi fossero stati interamente pezzi della società civile. Esterni a Sel, insomma, e di conseguenza con oggettive difficoltà a poter vincere una competizione che prevede la partecipazione dei soli iscritti.

Così non è stato. E allora ecco Claudio Fava che, dopo aver dimenticato la residenza nelle ultime Regionali che lo hanno visto candidato prima come presidente e poi come vicepresidente (e in cui io, nel mio piccolo, l’ho sostenuto), è stato “premiato” con il listino bloccato ed evidentemente tutelato anche dalle possibili pernacchie siciliane: sarà capolista non in quella che dovrebbe essere la sua Regione, ma in Lombardia 1, alla Camera. Ci si augura, quantomeno, che qualcuno gli procuri la residenza.

Clamoroso quanto avvento nelle Marche: nessun candidato capolista eletto con le primarie. Due nomi su due disponibili catapultati da Roma: Laura Boldrini (figura nobilissima, sia chiaro), che ricoprirà lo stesso ruolo anche in Sicilia 1 e Sicilia 2, e Maria Luisa Boccia (sarà presente anche in Emilia Romagna, sempre per il Senato, sempre come capolista), presidentessa dell’assemblea nazionale di Sel, anche lei nel listino bloccato. Non va molto meglio nel Lazio 1: i primi due capolista alla Camera sono Massimiliano Smeriglio del coordinamento nazionale e il tesoriere Sergio Boccadutri (anche lui blindato dalle primarie). Da segnalare anche il caso della Toscana: come nel Lazio 1, i primi due nomi al Senato, pur essendo espressioni civiche, sono direttamente nominati da Roma: Pape Diaw, esponente della comunità senegalese, e Ida Dominijanni, editorialista de il Manifesto.

Un altro stacanovista è Gennaro Migliore, uno dei principali artefici del 3% ottenuto da Sinistra Ecologia Libertà alle elezioni comunali di Napoli. E’ stato infatti lui uno dei main-sponsor di Mario Morcone, pesantemente sconfitto da Luigi de Magistris. Risultato? Zero consiglieri comunali eletti, nonché disfatta del proprio candidato. Ma fa niente, come si fa a dirgli di no? Anche lui blindato nel listino bloccato, così come l’intero coordinamento nazionale. Sarà candidato capolista in Campania 1 e in Campania 2: o entra o entra, ad oltranza. Sia mai che Vendola possa avere un disoccupato sulla coscienza.