Pasquale Videtta

Posts Tagged ‘Pd’

Pd e Sel, consultate i vostri iscritti, non B.

In Partiti, Politica on 16 aprile 2013 at 13:27

gabanelliIl M5S ha scelto. La candidata alla Presidenza della Repubblica sarà una donna, una giornalista seria, pericolosa per chi commette o ha commesso atti illeciti e quindi esemplare: Milena Gabanelli.

Tuttavia, non voglio concentrarmi sulla figura cristallina della conduttrice di Report (che a mio avviso rifiuterà la candidatura, così come Gino Strada), né sulle sue (presunte) mancanze istituzionali, ma sul processo che ha portato a tale scelta. Un processo che – in tutti i suoi limiti – ha consentito a dei semplici iscritti di scegliere il proprio candidato.

Per questo sono abbastanza patetiche le critiche e le ironie verso le Quirinarie del M5S, specie se poi si sta in silenzio dinanzi alle candidature (Marini, Amato, Finocchiaro, D’Alema) del proprio schieramento politico o se, peggio ancora, si dà la colpa di un eventuale inciucio Pd-Pdl per la Presidenza della Repubblica a Grillo, dimenticandosi che è stato Bersani a richiamare – dopo l’incontro con Monti – «un nome di unità nazionale» e «la massima convergenza». Se il Pd non volesse davvero convergenze parallele e soavi corrispondenze d’amorosi sensi con B., non solo non avrebbe fissato un incontro, ma avrebbe proposto sin da subito un nome di rottura (vi dice niente Stefano Rodotà?). Così non è stato.

Ecco, anziché deridere il meccanismo di scelta del M5S, forse sarebbe il caso di allargarlo ad una platea ancor più estesa. Sarebbe gradito, insomma, che Pd e Sel (rappresentate da Bersani) cercassero convergenze con i propri iscritti, “incontrandoli” con delle apposite «Quirinarie», piuttosto che cercarle con B., incontrandolo nelle segrete stanze.

Annunci

L’unico modo per stanare Grillo…

In Elezioni 2013, Partiti, Politica on 27 febbraio 2013 at 15:38

grillo-bersaniA Grillo gli si può dire di tutto, ma non che gli manchino la furbizia e il calcolo politico. Dichiarandosi indisponibile a concedere la fiducia a Pierluigi Bersani, sa di aver fatto l’en-plein perché:

  1. Non si «mischierà» al Pd, rischiando di perdere gli elettori di centrodestra o coloro che lo hanno votato perché delusi da tutti i partiti (la sua ossessione maniacale nell’apparire diverso è apparsa evidente anche in un gesto comunicativamente semplice: farsi fotografare alle urne il lunedì e non la domenica con tutti gli altri leader);
  2. Sa che Giorgio Napolitano, essendo nel cosiddetto «semestre bianco», non potrà sciogliere le Camere;
  3. Ciò costringerà Pd e Pdl, Bersani e Berlusconi, a trovare un accordo, affinché il centrosinistra possa ottenere quantomeno la prima fiducia;
  4. Sa che in qualsiasi caso il M5S, perlomeno secondo le sue previsioni, otterrebbe un effetto rimbalzo, come Syriza in Grecia: da un lato perché, andando subito a nuove elezioni, i suoi voti aumenterebbero; dall’altro perché, pur non recandoci immediatamente alle urne, “speculerebbe” sull’accordo tra centrodestra e centrosinistra (a dimostrazione di ciò, cito l’Amaca odierna di Michele Serra: «Qualunque accordo con Berlusconi costerebbe al Pd altri milioni di voti. Per primo il mio»). 

A questo punto, l’unico modo per stanarlo, per metterlo di fronte alle responsabilità che spettano a lui e al suo MoVimento, sarebbe affidargli il ruolo di formare un nuovo Governo.

P.S. Comunque, sorge spontaneo chiedersi: se Grillo è solo il «megafono», il «portavoce» del M5S, se «ognuno vale uno», perché è lui a dire «no» alla fiducia? C’è stata una consultazione interna? E’ questa l’iper-democrazia?

UPDATE – ORE 20.31

«Dopo il mio «no» alla fiducia, Pd e Pdl faranno l’accordo. Il Governo durerà un anno, si andrà alle urne e nel 2014 il M5S cambierà il mondo» 
(Beppe Grillo alla BBC)

Come volevasi dimostrare.

La Val di Susa sceglie Grillo. Bersani ora fermi il Tav

In Politica on 27 febbraio 2013 at 10:34

grillo tavSuccesso nel successo per Beppe Grillo e il M5S. Oltre allo straordinario risultato ottenuto su scala nazionale, il MoVimento del comico genovese ha trionfato in tutti i Comuni della Val di Susa direttamente toccati dalla questione Tav. Il Pd, qualora ce ne fosse ancora bisogno, si è dimostrato totalmente distaccato rispetto al contesto territoriale ed è stato punito, toccando in più casi percentuali che vanno dal 6% al 9%. Stessa sorte per Sel (contraria al Tav in Val di Susa), che con ogni probabilità ha pagato il sostegno a Fassino nel Comune di Torino e l’alleanza con i democratici alle elezioni politiche.

Il 23 marzo tutti i 156 parlamentari del Movimento 5 Stelle saranno alla manifestazione in Val di Susa per ribadire il no al Tav e ciò (giustamente) porterà loro ulteriore visibilità.

Pierluigi Bersani avrebbe la possibilità di trasformare una manifestazione di protesta in una giornata di festa, riavvicinare gli elettori della Valle al Pd. Per far sì che ciò sia possibile, c’è una sola cosa da fare: annunciare, in quella stessa data, il blocco del progetto.

COMUNE DI SUSA
Camera: M5S 42,7%; Pd 14,3% + Sel 2,1%
Senato: M5S 41,3%; Pd 15,6% + Sel 1,9%

COMUNE DI CHIOMONTE
Camera: M5S 37,5%; Pd 16,1% + Sel 0,8%
Senato: M5S 34,8%; Pd 17,8% + Sel 1,2%

COMUNE DI BUSSOLENO
Camera: M5S 46,2%; Pd 18,4% + Sel 2,6%
Senato: M5S 44,5%; Pd 19,4% + Sel 2,5%

COMUNE DI VENAUS
Camera: M5S 58,1%; Pd 10,5% + Sel 1,7%
Senato: M5S 47%; Pd 9,3% + Sel 1,9%

COMUNE DI AVIGLIANA
Camera: M5S 37,8%; Pd 19,1% + Sel 3,9%
Senato: M5S 35,5%; Pd 21,5% + Sel 3,4%

COMUNE DI EXILLES
Camera: M5S 53,2%; Pd 6,9% + Sel 2,9%
Senato: M5S 51,8%; Pd 9,6% + Sel 1,8%

COMUNE DI ALMESE
Camera: M5S 39,8%; Pd 19,3% + Sel 3,1%
Senato: M5S 41%; Pd 18% + Sel 3,3%

COMUNE DI RUBIANA
Camera: M5S 40,4%; Pd 19,2% + Sel 3,8%
Senato: Pd M5S 37,7%; Pd 20,9% + Sel 4,2%

COMUNE DI CONDOVE
Camera: M5S 42,4%; Pd 18,5% + Sel 3,5%
Senato: M5S 40,2%; Pd 20,0% + Sel 3,3%

COMUNE DI SANT’ANTONINO DI SUSA
Camera: M5S 41,5%; Pd 17,9% + Sel 2,6%
Senato: M5S 40,2%; Pd 19,5% + Sel 2,3%

COMUNE DI MATTIE
Camera: M5S 53,2%; Pd 15% + Sel 3,2%
Senato: M5S 49,3%; Pd 17,8% + Sel 1,9%

COMUNE DI GRAVERE
Camera: M5S 42,7%; Pd 14,6% + Sel 0,9%
Senato: M5S 39,5%; Pd 16,2% + Sel 1,2%

COMUNE DI MEANA DI SUSA
Camera: M5S 45,5%; Pd 11,5% + Sel 2,0%
Senato: M5S 43,5%; Pd 14,3% + Sel 1,8%

COMUNE DI GIAGLIONE
Camera: M5S 44%; Pd 14,7% + Sel 5,9%
Senato: M5S 43,5%; Pd 16%; Sel 4,2%

COMUNE DI SALBERTRAND
Camera: M5S 40%; Pd 14,8% + Sel 3,9%
Senato: M5S 37,2%; Pd 16,1% + Sel 4,2%

COMUNE DI BRUZOLO
Camera: M5S 45,7%; Pd 18,2% + Sel 3,1%
Senato: M5S 43,5%; Pd 19,1% + Sel 2,2%

COMUNE DI SAN DIDERO
Camera: M5S 51%; Pd 11,2% + Sel 2,2%
Senato: M5S 48,2%; Pd 12,5% + Sel 2,1%

COMUNE DI BORGONE SUSA
Camera: M5S 42,9%; Pd 19,3% + Sel 2,3%
Senato: M5S 40,8%; Pd 20,1% + Sel 3,0%

COMUNE DI BUTTIGLIERA ALTA
Camera: M5S 31,5%; Pd 22,5% + Sel 3,2%
Senato: M5S 29,2% Pd 24,6% + Sel 2,9%

COMUNE DI SANT’AMBROGIO DI TORINO
Camera: M5S 45,2%; Pd 18,0% + Sel 1,9%
Senato: M5S 42,9%; Pd 19,1% + Sel 1,6%

COMUNE DI VAIE
Camera: M5S 50,4%; Pd 13,7% + Sel 2,5%
Senato: M5S 49,2%; Pd 15% + Sel 1,9%

COMUNE DI ROSTA
Camera: M5S 33,2%; Pd 20,8% + Sel 2,8%
Senato: M5S 31%; Pd 22,7% + Sel 2,5%

TAV tracciato

Va tutto bene, va tutto bene

In Elezioni 2013 on 26 febbraio 2013 at 13:38

vendo bersaE ancora una volta siamo qui a commentare un’altra disfatta, l’ennesimo miracolo del centrosinistra, capace di perdere elezioni già vinte e di resuscitare, tanto per cambiare, un candidato politicamente morto. Non è andata meglio a Rivoluzione Civile, il cui progetto inizialmente nobile è stato sporcato da chi ha tentato di appropriarsene, tentando di utilizzare il movimento come un autobus verso il Parlamento.

Hanno perso tutte le sinistre, di ogni sfumatura, apparse conservatrici agli occhi degli italiani, distanti dai problemi reali del Paese, troppo impegnate a discutere di alchimie post-elettorali. Italia Bene Comune è sembrata fin da subito un progetto grigio, proprio come i manifesti di Pier Luigi Bersani (e qui ci sarebbe da affrontare l’annoso problema della comunicazione del Pd). Quest’ultimo verrà ricordato non per le sue proposte (poche e poco entusiasmanti), ma per il suo politicismo astratto, per i suoi continui richiami ad accordi di governo con Monti, ingigantendo una figura che, in termini elettorali, ha ottenuto appena il 9% al Senato. Questo, a sua volta, ha penalizzato Sinistra Ecologia Libertà, che è riuscita a far peggio della Sinistra Arcobaleno (3,1%) e dell’Idv alleata con il Pd nel 2008 (3,2% vs 4,4%), appannando la figura di Nichi Vendola (il centrodestra ha vinto anche in Puglia), non più visto come l’uomo rivoluzionario, radicale, di sinistra e alternativo alle scelte sciagurate dell’apparato dirigenziale del Pd, ma come un dirigente politico subalterno, un contro-altare, l’artista della famiglia, una costola di sinistra di Letta, Fioroni e D’Alema.

Berlusconi, al contrario, verrà sì ricordato (perlomeno dal sottoscritto) per il suo show a Servizio Pubblico, ma anche per la sua proposta (folle, ridicola o seria che sia) sull’Imu, per il suo «no» ad ulteriori sacrifici, per le sue critiche al ruolo limitato della BCE, per il suo contrasto al fiscal compact (in compenso ci si dimenticherà o si è già dimenticato che è stato lui a sostenerlo per primo). Cose, insomma, che avrei dovuto sentire dalla coalizione dei progressisti (a parte la boutade sull’Imu) e dal suo candidato premier. Ma Bersani, invece, ha fatto l’esatto contrario, sostenendo che i trattati fiscali europei non sarebbero stati rinegoziati e che in fondo sarebbe bastata «un po’ più di equità», arrivando a rinnegare la patrimoniale sulle grande ricchezze, da utilizzare, insieme ad altre proposte (come il reddito minimo garantito), per ribattere alla trovata del Caimano.

E’ stato il centrosinistra a riportare Berlusconi alla ribalta, non solo non accettando di votare un anno fa (quando il leader del Pdl non avrebbe superato nemmeno il 15%), ma riproponendo il voto contro una persona, il «voto utile» (alla fine dimostratosi ancora una volta inutile, come nel 2008), lo smacchiamento del «giaguaro», che come ha fatto notare l’amico Claudio Riccio, ha soppiantato lo slogan «l’Italia giusta»: 

«L’obiettivo programmatico è stato rimpiazzato da quello competitivo, il parteggiare per un’idea è stato sostituito dal tifo per una collocazione politica. “Vincere per cambiare il Paese” è diventato un “vincere per non tornare indietro”. Il progetto politico dei progressisti e in particolare quello democratico sembra aver scelto di autoalimentarsi aiutando la propria nemesi a tornare al centro della scena e del dibattito politico. Così facendo ha incastrato tutti nell’eterno ritorno dell’ultimo ventennio. Più che un giaguaro il simbolo della campagna elettorale sembra proprio essere il gattopardo, simbolo del “cambiare tutto per non cambiare niente».

Dopo vent’anni gli elettori di sinistra, speranzosi di votare per realizzare qualcosa e non di votare ancora una volta contro qualcuno, hanno detto basta e si sono riversati nel MoVimento 5 Stelle. Questo lo dicono i numeri: il Pd di Bersani ha perso tre milioni e quattrocentomila voti rispetto a quello di Veltroni. Tale emorragia è particolarmente evidente al Sud e nelle cosiddette «Regioni Rosse», ossia Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Marche. Nella prima i democratici sono passati (dati della Camera) dal 46,8% al 37,5% (circa trecentomila voti in meno); nella seconda si è scesi dal 45,7% al 37% (anche qui trecentomila voti in meno); nella terza dodici punti percentuali in meno: dal 44,4% al 32,1% (meno centomila voti); nell’ultima dal 41,4% al 27,7% (centocinquantamila voti in meno), con tanto di sorpasso del M5S, diventato primo partito col 32,1%.

Ma i voti di Grillo sono solamente mera protesta contro i partiti in sé? No, hanno perso, come ha fatto notare Francesca Fornario, coloro i quali hanno sostenuto l’austerity, i sacrifici indiscriminati e coloro i quali si sono alleati con chi ha sostenuto tutto ciò. Esempi lampanti: il Pd (crollato), l’Udc (1,8%), Fli (0,5%, ma i problemi di questo partito non si racchiudono in ciò), lo stesso Monti (un misero 9%), Sel (3,2%). Ne hanno tratto vantaggio il M5S e parzialmente Berlusconi, le cui colpe sono state dimenticate e cancellate con un colpo di spugna e che, a partire dalla fiducia tolta al Governo dei tecnici, ha ripreso la sua ascesa, riportando un partito dato al 13% al 29%.

Poi, va be’, capisci che ogni analisi, compresa quella che ho appena fatto (condivisibile o meno) sarà inutile quando senti dire da Enrico Letta che in fondo così male non è andata perché «bisogna prendere atto che il Pd è primo al Senato», da Ingroia che RC ha fallito «perché è colpa del Pd» e poi da Vendola che «noi di Sel possiamo dirlo con orgoglio: missione compiuta. La sinistra torna in Parlamento». 7 senatori come missione della «sinistra». Immaginate se  questa fosse fallita. Con questi dirigenti qui non vinceremo mai.

Quindi il Pd avrebbe votato come il Front National

In LGBTQ, Politica on 2 febbraio 2013 at 13:05

niente-gay-pdFrançois Hollande ha mantenuto la promessa fatta in campagna elettorale. Con 249 sì e 97 no l’Assemblea nazionale francese ha approvato i matrimoni omosessuali. A sostenere il provvedimento, il Partito Socialista, il Front De Gauche di Jean-Luc Mélenchon, i Radicali di Sinistra, i Verdi e parte dei Modem; contrari l’UMP, il resto dei centristi e ovviamente il Front National.

Se da un lato la notizia mi fa gioire perché un altro Paese ha scelto la strada della piena uguaglianza, stabilendo che il mondo GLBTQ non deve avere un istituto giuridico differente e con diritti dimezzati , dall’altro mi rattrista sapere che il “progressista” Partito Democratico, se avesse potuto votare, avrebbe fatto parte dei 97 contrari con l’UMP e soprattutto il Front National. A proposito di «Italia giusta», caro Bersani…

Ecco il voto utile: i regali di PDS-DS-PD al Cav

In Partiti, Politica on 21 gennaio 2013 at 22:00

Schermata 2013-01-20 a 22.57.09Povero Antonio Gramsci, se sapesse a cosa si è ridotta l’Unità probabilmente rimpiangerebbe il giorno in cui decise di fondarla. E povera anche l’Unità, passata dalla direzione di Antonio Gramsci e quella di Claudio Sardo, autore del libro-intervista a Pier Luigi Bersani, e subentrato alla ben più critica e combattente Concita De Gregorio, evidentemente indisposta a rendere un giornale dalla storia così nobile ad house organ di un partito che quella storia l’ha completamente rinnegata.

Nella giornata di ieri, il quotidiano eterodiretto dal Partito Democratico ha sparato a zero contro Antonio Ingroia, candidato premier di Rivoluzione Civile, reo di aver deciso di presentare le proprie liste in ogni Regione d’Italia: «Il regalo di Ingroia al Cav», il titolo a 9 colonne.
Come se la responsabilità di 19 anni di Berlusconi e delle sue continue rinascite fossero dell’ex pm di Palermo, considerato dal leader del Pdl come «un cancro della democrazia».

Con un abile stratagemma orwelliano, quindi, il giornale del fu Antonio Gramsci, decide di stravolgere la realtà, dimenticandosi che i veri regali «al Cav» sono stati fatti, durante la storia politica dell’ultimo ventennio, da quelli che sono stati i suoi veri alleati ombra: prima dal Pds, poi dai Ds e infine dal Pd.

Il 24 Gennaio del 1997, Pds, Forza Italia, An e Ppi crearono il cosiddetto «Inciucio della Bicamerale»ribattezzato su l’Espresso da Claudio Rinaldi e Giampaolo Pansa, già prima della sua effettiva nascita, come il «D’Alemoni»: «E’ come – scrisse Pansa – se Silvio il Perdente si fosse vendicato entrando nel corpo di Massimo il Conquistatore, condannandolo a perpetrare le idee, la concezione mentale, le pulsioni illiberali del berlusconismo di guerra. E’ con gli attacchi di D’Alema ai giudici che ho capito che le idee del capo di Forza Italia erano passate nella testa del leader della Quercia».

Il «D’Alemoni», che Marco Travaglio ha definito, citando i Sepolcri di Foscolo«soave corrispondenza di amorosi sensi», nasce in seguito a nuove indagini giudiziarie nei confronti della politica. Innanzitutto, durante la campagna elettorale del 1996, scoppia il caso «Toghe Sporche»Previti, avvocato di Berlusconi, viene indagato per aver presumibilmente corrotto due giudici; parallelamente, si avvicina la chiusura di Tangentopoli, mentre a Palermo  vengono avviate altre indagini per via del rapporto tra giudici, politici e mafia: nel 1995, Giulio Andreotti viene rinviato a giudizio per associazione mafiosa; nel 1996 viene indagato il giudice Corrado Carnevale per concorso esterno in associazione mafiosa, in compagnia di altri tre ex magistrati della Cassazione: Stanislao Sibilia, Aldo Grassi e Paolino Dell’ Anno; sempre nel 1996 viene rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa Marcello Dell’Utri, co-fondatore di Forza Italia.

Nel frattempo Silvio Berlusconi riceve un rinvio a giudizio per concorso in corruzione (1995); un rinvio a giudizio per finanziamento illecito al PSI e per falso in bilancio aggravato (1996, processo All Iberian); un’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio (1997), successivamente archiviata. E’ inoltre indagato dalla procura di Firenze e dalla procura di Caltanissetta per concorso esterno in stragi.

Come si fa a non riformare la giustizia e a cambiare la Costituzione con un uomo da queste credenziali? E infatti il centrosinistra spalanca le porte a Berlusconi, tessera 1816 della P2:

  • nel 1996, l’art.371 del codice penale, fortemente sostenuto da Giovanni Falcone, viene depotenziato con un voto bipartisan: stop agli arresti per i falsi testimoni;
  • nel 1997 inciucio della Bicamerale: Massimo D’Alema eletto presidente grazie ai voti di Forza Italia;
  • 1° Luglio 1997: abolizione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale: un pubblico ufficiale, ad esempio, abusa del suo ruolo favorendo la persona Y, ma non si riesce a dimostrare il vantaggio patrimoniale ottenuto. Perché? Perché le giunte regionali di Lombardia (centrodestra), Piemonte (centrodestra) e Abruzzo (centrosinistra) erano coinvolte nella lottizzazione delle Asl ed erano state indagate quasi in blocco per abuso d’ufficio;
  • una sentenza della Consulta del 7 dicembre 1994 dichiara incostituzionale la legge Mammì, che permetteva a Mediaset di mantenere tre reti televisive sull’analogico, imponendo che entro il 28 agosto 1996 uno dei tre canali sarebbe dovuto finire sul digitale. Cosa fa il ministro delle Poste e telecomunicazioni Maccanico (governo Prodi)? Prima dispone due proroghe semestrali per Fininvest, poi realizza una legge (la legge Maccanico del 1997, appunto) che porta alla nascita dell’Agcom;
  • l’Agcom entra in funzione nel 1998, garantendo altri mesi di vita alle tre reti televise di Berlusconi, e istituisce una gara per gli 8 canali nazionali; Rete 4 perde a discapito di Europa 7, ma il Governo D’Alema arriva prontamente in soccorso di Silvio, concedendo proprio a Rete 4 una «abilitazione provvisoria» in modo da poter proseguire la messa in chiaro;
  • legge «ad Dell’Utrum» I: nel 1990 la Consulta elimina la possibilità di patteggiare (il patteggiamento garantisce uno sconto della pena) in fase d’appello, poiché incostituzionale. Nel 1998, però, durante il processo Dell’Utri (già condannato in primo grado a tre anni, due mesi e venticinque giorni di reclusione), il senatore Giuseppe Valentino di Alleanza Nazionale, infischiandosene della sentenza della Consulta, la ripropone: torna il patteggiamento in secondo grado di giudizio, grazie ai voti del centrosinistra. Dell’Utri non se ne avvale e la condanna viene confermata…;
  • legge ad «Dell’Utrum» II: … ma si sa, la Provvidenza non pone mai limiti: il 19 Gennaio del 1999, viene approvata in maniera bipartisan una norma transitoria alla legge Valentino che permette, udite udite, la possibilità di patteggiare anche in Cassazione, ossia nell’ultimo grado di giudizio. Il 16 Febbraio, 21 giorni prima dell’udienza finale su Dell’Utri, il tutto passa definitivamente, e il “buon” Marcello decide di avvalersi del patteggiamento: pena ridotta, sotto la soglia dei tre anni (fissata da un’altra legge bipartisan, la Simone[AN]-Saraceni[Pds] che evita il carcere a chiunque debba scontare meno di tre anni: Pomicino, Bisignani, Forlani, Citaristi, Sama, Garofano, condannati definitivamente per il processo Enimont, ringrazieranno sentitamente);
  • chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara: la maggioranza di centrosinistra, evidentemente non ancora soddisfatta, decide che oltre a realizzare gli intenti del centrodestra, è possibile spingersi oltre: perché non attuare anche alcuni desideri presenti nel papello di Totò Riina? Il 7 Agosto del 1996, il ministro della Giustizia Flick annuncia «la chiusura dei supercareri di Pianosa e Asinara entro il 1997». Promessa mantenuta: il 23 Ottobre 1997 il Consiglio dei Ministri vara la dismissione dei suddetti penitenziari (particolarmente osteggiati dai boss perché, essendo situati su isole, rendevano difficile la comunicazione esterna). Durissimo il giudizio de La Repubblica che, in un’analisi sull’operato del governo di centrosinistra nella lotta alla mafia, scrisse che «i boss di Palermo cominciano a tirare un sospiro di sollievo»;
  • bozza Boato (non approvata solo perché Berlusconi sciolse anticipatamente la Bicamerale): tratto da «L’inciucio colpisce ancora» di Peter Gomez e Marco Travaglio:

D’Alema avverte: «Il rapporto fra magistratura e potere politico è uno dei temi che più seriamente dovrà impegnare la Bicamerale». Il relatore sulla Giustizia è Marco Boato, ex Lotta continua, ex Psi, molto ostile alla magistratura. Il 30 ottobre ‘98 la bozza Boato viene approvata da tutti i partiti, tranne Rifondazione. Pare la riedizione del Piano di rinascita democratica di Licio Gelli: la magistratura non è più un “potere” dello Stato; carriere di pm e giudici separate, con due Csm in cui aumenta la presenza dei politici rispetto ai togati; i giudizi disciplinari sottratti al Csm e affidati a una “Corte di giustizia” con i magistrati ordinari in minoranza; le Procure non possono più prendere le notizie di reato, ma dovranno attendere le denunce della polizia (che dipende dal governo); l’azione penale non è più obbligatoria; “il ministro della Giustizia riferisce al Parlamento sull’esercizio dell’azione penale e sull’uso dei mezzi di indagine”.

Quando a Licio Gelli, capo della P2, venne chiesto un parere sulla Bozza Boato, da un lato s’inorgoglì, dall’altro si dispiacque perché avrebbe voluto che gli venisse riconosciuto il copyright: «Il mio Piano di rinascita? Vedo che, vent’anni dopo, questa Bicamerale lo sta copiando pezzo per pezzo, con la bozza Boato. Meglio tardi che mai. Mi dovrebbero almeno dare il copyright. Voglio i diritti d’autore».

  • la riforma dei pentiti di mafia che fa pentire di pentirsi (2001)la legge, proposta da Fassino, stravolge quella voluta da Falcone e Borsellino, riduce i benefici dello Stato riservati ai pentiti e riduce i tempi consentiti per collaborare con la giustizia: 180 giorni, poi stop. A spiegare la gravità della legge è il magistrato americano Richard Martin (collaboratore di Falcone) nella testimonianza resa al processo di Palermo contro Andreotti:

«Da noi non esiste alcun obbligo di dire tutto e subito, ma solo l’obbligo di dire la verità. Come mi insegnò Falcone, sviluppare la testimonianza di uno che è stato dentro una organizzazione come Cosa Nostra non è semplice, non è una cosa che si fa in una settimana, o in un mese. Quando uno ha vissuto, come Buscetta, trent’anni in Cosa Nostra, ci sarà un lungo periodo durante il quale si devono fare interrogatori e poi verifiche. Anche in Italia, Falcone non insisteva mai che qualcuno dicesse tutto subito, perché capita spesso che ci siano questioni, domande o informazioni che non sembrano rilevanti al momento. E perché il testimone non può sapere tutto quello che serve al Procuratore ad un certo momento, ma nel tempo possono venire fuori delle altre cose, delle altre domande. E questo è il metodo utilizzato da Falcone. Anche con Buscetta. Se dopo anni il collaboratore dice cose nuove, magari aprendo il discorso politico, per noi americani non fa differenza. (…) Se si parla di Cosa Nostra o di politica, è sempre la stessa cosa, è sempre necessario fare le verifiche. Ma non è proibita una testimonianza su un soggetto isolato (…) anche se è stata resa dopo un lungo periodo»;

Ad ispirare il provvedimento? L’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

  • discorso shockante di Luciano Violante (PDS-DS-PD) alla Camera:  «L’onorevole Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso ma nel 1994, che non sarebbero state toccate le televisioni quando ci fu il cambio di governo. Lo sa lui (Berlusconi, ndr) e lo sa anche l’onorevole Letta. Comunque a parte questo la questione è un altra: voi ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto di interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni, gli avessimo aumentato, durante il mandato di centrosinistra… il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte»;
  • indulto «ad Previtum»: il 4 Maggio del 2006 la Corte di Cassazione conferma la condanna di Cesare Previti: sei anni di reclusione per corruzione giudiziaria. La legge ex Cirielli, però, lo salva: l’ex avvocato di Silvio Berlusconi non dovrà “soggiornare” nel carcere di Rebibbia (dove vi rimarrà per soli quattro giorni), ma otterrà i domiciliari (che è quanto prevede la ex Cirielli per coloro che superano i settant’anni). Da questo momento in poi, non solo gli esponenti del centrodestra, ma anche quelli dell’Ulivo invocheranno l’indulto.Il via alle danze si ha il 6 Maggio, due giorni dopo la condanna, con il solito Piero Sansonetti, l’allora direttore del quotidiano di Rifondazione Comunista, «Liberazione»: «Salviamo Previti. Come? Con una legge ad personam: l’amnistia». Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’attuale sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. La sua soluzione? Non un’amnistia generalizzata per coloro che hanno ricevuto una condanna di sei anni (come proponeva Sansonetti), ma un condono ad personam di due-tre anni riservato a Previti, in modo da «poter rientrare nei limiti per accedere ai servizi sociali».Il 2 Giugno, Clemente Mastella, ai tempi Ministro della Giustizia, annuncia ai detenuti di Regina Coeli che proporrà «amnistia e indulto». Dichiarazioni che vennero accolte con favore da Fabrizio Cicchito, tessera 2232 della P2 e membro di Forza Italia, che però ci tenne a precisare«Dall’amnistia vanno esclusi solamente i reati di pedofilia e di criminalità organizzata. Punto. Nessuna discriminante su altri reati, magari per mantenere viva la polemica su Tangentopoli e sulla questione morale».Dopo una serie di «no» provvisori, l’11 Luglio in commissione giustizia si ha l’accordo tra Ds, Margherita, Forza Italia, Udc, Verdi e Rifondazione: arriva il testo messo a punto da Enrico Buemi (Rosa nel Pugno) che prevede l’indulto anche per i reati contro la Pubblica amministrazione, escludendo solamente terrorismo, mafia e pedofilia e mandando su tutte le furie Di Pietro.«Se non lasciamo nel testo la possibilità di far beneficiare dell’indulto anche Cesare Previti, Forza Italia non voterà con noi questo provvedimento. E vorrei ricordare a tutti che il quorum per farlo passare è di due terzi», ammette candidamente Pierluigi Mantinicapogruppo dell’Ulivo in commissione Giustizia, successivamente sbugiardato da La Repubblica e da Travaglio per le contraddizioni della sua coalizione.L’inciucio è servito: il 26 Luglio viene bocciato un emendamento dell’Idv che propone di escludere dall’indulto i reati contro la Pubblica amministrazione e il voto di scambio politico-mafioso. Stessa sorte per un emendamento del Pdci contro il voto di scambio: bocciato con 408 no (Ulivo, Forza Italia, Rifondazione), 57 sì (Pdci, Idv, Lega) e 53 astensioni (An). Il 27 Luglio la Camera approva l’indulto con 46o sì, 94 no (An, Lega, Idv),  e 18 astensioni (Pdci)Previti è salvo e con lui anche gli ex amministratori di Unipol, Consorte e Sacchetti, condannati il 25 Ottobre dal Tribunale di Milano: pena interamente condonata dall’indulto. Amen;
  • Ddl Mastella, bavaglio ai giornalisti (approvato alla Camera con voto bipartisan, non al Senato per scioglimento anticipato della legislatura): vietata la pubblicazione del “testo” e del “riassunto” degli atti giudiziari e delle intercettazioni fino alla conclusione delle indagini preliminari; la multa per il cronista che infrange il divieto di pubblicazione passano da un minimo di 51 euro a un massimo di 258 a un minimo di 10mila e a un massimo di 100mila;
  • Sì a condannati, indagati e pregiudicati per mafia nella Comissione Antimafia: il 6 Luglio 2006, la Camera  boccia l’emendamento di Orazio Licandro del Pdci con una maggioranza bulgara: 421 no, 21 sì (14 del Pdci più 7 voti ribelli). Cosa prevedeva di terribile per ricevere tutta questa contrarietà? Semplicemente che la Commissione Antimafia non fosse costituita da membri condannati,imputati o indagati per mafia o per reati contro la Pubblica amministrazione.A comporre la suddetta Commissione anche Cirino Pomicino, condannato a un anno e otto mesi di reclusione per finanziamento illecito (tangente Enimont) e a due mesi di reclusione (patteggiamento) per corruzione per fondi neri Eni, e Alfredo Vito, il quale patteggiò due anni di condanna con pena sospesa e cancellata 5 anni dopo, per sei episodi di reato contro la Pubblica Amministrazione.L’allora presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione, attualmente candidato in Sinistra Ecologia Libertà, reagì rabbiosamente non contro i due condannati, ma contro chi, come Nando Dalla Chiesa, contestava tale presenza: «Si vogliono spargere veleni per delegittimare l’istituzione, come già capito a Falcone e Borsellino», che sentitisi paragonare a Vito e Pomicino si sono rivoltati nella tomba. In fondo «il Parlamento è lo specchio del Paese», spiegava ancora Forgione.

    Quindi, siccome in Italia ci sono stupratori e pedofili, li piazziamo in Commissione per dare a tutti equa rappresentanza?

  • Scudo fiscale: 24 deputati del Pd si assentano e B. ottiene la fiducia: il 2 Ottobre 2009, la Camera vota sì alla fiducia sullo scudo fiscale. Tantissime le assenze nelle file del centrodestra, sarebbero bastati 20 voti non solo per evitare che il provvedimento passasse, ma anche per sfiduciare il Governo. Ma 32 parlamentari dell’opposizione si assentano: di questi, 24 del Pd.

Altro che Ingroia: negli ultimi vent’anni, il più grande alleato di Berlusconi è stato il centrosinistra, salvo poi evocare il suo spauracchio ad ogni tornata elettorale. Al «voto utile» (utile a chi? A cosa?) preferisco di gran lunga quello consapevole e libero dai ricatti.

P.S. Per chi volesse approfondire, consiglio la lettura dell’ottimo libro di Marco Travaglio «Ad personam», senza il quale sarebbe stato praticamente impossibile recuperare e ricostruire parte della memoria storica degli ultimi vent’anni.

Una dichiarazione del Pd al giorno toglie il mio voto di torno

In LGBTQ, Politica on 19 gennaio 2013 at 12:50

finocchiaroAl Pd non bastava aver detto «no» alla patrimoniale e «sì» all’ennesima guerra, questa volta in Mali. No, i democratici, maggioritari solo nell’autolesionismo, si sono spinti oltre con Anna Finocchiaro che, dimenticatasi (come il suo segretario) di essere in una formazione politica che si definisce «progressista ed europeista», ha dichiarato che «la famiglia è quella tra un uomo e una donna, lo dice la Costituzione» (falso). Roba da mandare in brodo di giuggiole Giovanardi e la Binetti.

Poi, magari, chiedono pure il «voto utile». Ma utile a che cosa? A far perdurare una condizione di disuguaglianza? A negare la libertà? A reprimere l’amore? Il valore dell’uguaglianza è troppo progressista per il Partito Democratico? Una società giusta, un’Italia giusta, caro Bersani, è quella che riconosce ai suoi cittadini la stessa dignità e gli stessi diritti.

Eppure, il Pd che si definisce così europeista, dovrebbe ricordare che c’è una risoluzione del Parlamento Europeo, risalente al 13 Marzo, che invita gli Stati membri a «non dare definizioni restrittive di famiglia». Anche questo «ce lo chiede l’Europa», no?

Il «no» alla patrimoniale viola la Carta d’Intenti?

In Politica on 18 gennaio 2013 at 11:12

BersaniNero«Non voglio fare Robespierre o Saint-Just: niente patrimoniale», ha dichiarato quest’oggi Pier Luigi Bersani a Radio 24, dimenticandosi di aver sottoscritto una Carta d’Intenti, definita da lui stesso come «patto vincolante sul programma», che prevederebbe l’esatto contrario: «Il primo passo da compiere è un ridisegno profondo del sistema fiscale che alleggerisca il peso sul lavoro e sull’impresa, attingendo alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari».

P.S. Caro Nichi, dì qualcosa. Una qualunque, ma dilla. Tu che sei stato e sei un fervente sostenitore della patrimoniale, nonché un pacifista (Bersani ha detto che la Francia non va lasciata sola nel «giusto» intervento in Mali), non puoi restare in silenzio.

Nichi, adesso che profumo senti?

In Politica on 18 gennaio 2013 at 09:59

nichi bersaniSono le 10.40 e Pier Luigi Bersani mi ha ricordato, come ogni giorno e semmai ce ne fosse ancora bisogno, il perché o meglio i perché la coalizione Italia Bene Comune non avrà mai il mio voto.

In una serie di dichiarazioni rilasciate a Radio 24, il segretario del Pd ha appoggiato con convinzione l’ennesima guerra, questa volta in Mali, e ha chiarito che con lui non ci sarà nessuna patrimoniale: «Non voglio fare Robespierre o Saint-Just: niente patrimoniale. Giusto l’intervento in Mali della Francia, che non va lasciata sola».

Ecco, dopo il «no» al reddito minimo garantito (dal minuto 16.13), alla rinegoziazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio (pur avendoli osteggiati con Berlusconi, salvo poi votarli), ai matrimoni gay, al ripristino dell’art.18 e dopo il «sì» al Tav in Val di Susa e ad un inasprimento dei vincoli fiscali (sostegno alla proposta del ministro delle finanze della MerkelWolfgang Schäuble), viene spontaneo chiedersi: Nichi, ma adesso che profumo senti?

Progressisti, europeisti, conservatori? No, due ipocriti

In LGBTQ, Politica on 17 gennaio 2013 at 09:28

bersani montiAppena diciassette giorni fa Mario Monti, probabilmente dopo aver letto George Orwell, si auto-definiva «progressista», in un abile capovolgimento del significato delle parole. Come ho già scritto in precedenza, non ci sarà cambiamento se non si restituirà senso a quei termini vittime di abuso. L’enciclopedia Treccani può essere utile in questa missione: si definisce progressista chi «sostiene la necessità di accelerare il progresso, cioè l’evoluzione della società, nell’ambito politico, sociale ed economico, e si comporta e agisce di conseguenza (spec. in contrapp. a conservatore, reazionario)»

Ieri, però, il candidato premier centrista si è dichiarato contrario ai matrimoni tra persone dello stesso sesso e alle adozioni omogenitoriali: «La famiglia è formata da un uomo e una donna ed è giusto che i figli crescano con madre e padre»Questo sì che è progressismo.

La notizia, però, non è tanto che il conservatore Monti abbia detto «no» al pieno riconoscimento dei diritti civili; era piuttosto scontato, visto che a sostenere la sua candidatura vi è il Trio dell’Ave Maria formato da Casini, Binetti e Buttiglione. La vera notizia è che il vero (oppure presunto) candidato dei progressisti, ossia Pier Luigi Bersani, sui matrimoni omosessuali ha la stessa posizione del candidato premier dei conservatori. Il segretario del Pd non riesce ad andare oltre rispetto alle unioni civili:a un istituto giuridico diverso, che non garantirebbe gli stessi diretti e che creerebbe categorie di persone dalla dignità e dall’importanza diversa.

Eppure, entrambi si richiamano all’europeismo, giustificano provvedimenti iniqui e gravi utilizzando il mantra del «ce lo Chiede l’Europa». Sì, proprio la stessa Europa che, il 13 Marzo 2012, ha approvato una risoluzione che richiama gli Stati membri dell’UE a «non dare definizioni restrittive di famiglia».

Bersani e Monti non sono progressisti, né conservatori, né europeisti: sono semplicemente due ipocriti. E puzzano d’incenso.