Pasquale Videtta

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L’unico modo per stanare Grillo…

In Elezioni 2013, Partiti, Politica on 27 febbraio 2013 at 15:38

grillo-bersaniA Grillo gli si può dire di tutto, ma non che gli manchino la furbizia e il calcolo politico. Dichiarandosi indisponibile a concedere la fiducia a Pierluigi Bersani, sa di aver fatto l’en-plein perché:

  1. Non si «mischierà» al Pd, rischiando di perdere gli elettori di centrodestra o coloro che lo hanno votato perché delusi da tutti i partiti (la sua ossessione maniacale nell’apparire diverso è apparsa evidente anche in un gesto comunicativamente semplice: farsi fotografare alle urne il lunedì e non la domenica con tutti gli altri leader);
  2. Sa che Giorgio Napolitano, essendo nel cosiddetto «semestre bianco», non potrà sciogliere le Camere;
  3. Ciò costringerà Pd e Pdl, Bersani e Berlusconi, a trovare un accordo, affinché il centrosinistra possa ottenere quantomeno la prima fiducia;
  4. Sa che in qualsiasi caso il M5S, perlomeno secondo le sue previsioni, otterrebbe un effetto rimbalzo, come Syriza in Grecia: da un lato perché, andando subito a nuove elezioni, i suoi voti aumenterebbero; dall’altro perché, pur non recandoci immediatamente alle urne, “speculerebbe” sull’accordo tra centrodestra e centrosinistra (a dimostrazione di ciò, cito l’Amaca odierna di Michele Serra: «Qualunque accordo con Berlusconi costerebbe al Pd altri milioni di voti. Per primo il mio»). 

A questo punto, l’unico modo per stanarlo, per metterlo di fronte alle responsabilità che spettano a lui e al suo MoVimento, sarebbe affidargli il ruolo di formare un nuovo Governo.

P.S. Comunque, sorge spontaneo chiedersi: se Grillo è solo il «megafono», il «portavoce» del M5S, se «ognuno vale uno», perché è lui a dire «no» alla fiducia? C’è stata una consultazione interna? E’ questa l’iper-democrazia?

UPDATE – ORE 20.31

«Dopo il mio «no» alla fiducia, Pd e Pdl faranno l’accordo. Il Governo durerà un anno, si andrà alle urne e nel 2014 il M5S cambierà il mondo» 
(Beppe Grillo alla BBC)

Come volevasi dimostrare.

La Val di Susa sceglie Grillo. Bersani ora fermi il Tav

In Politica on 27 febbraio 2013 at 10:34

grillo tavSuccesso nel successo per Beppe Grillo e il M5S. Oltre allo straordinario risultato ottenuto su scala nazionale, il MoVimento del comico genovese ha trionfato in tutti i Comuni della Val di Susa direttamente toccati dalla questione Tav. Il Pd, qualora ce ne fosse ancora bisogno, si è dimostrato totalmente distaccato rispetto al contesto territoriale ed è stato punito, toccando in più casi percentuali che vanno dal 6% al 9%. Stessa sorte per Sel (contraria al Tav in Val di Susa), che con ogni probabilità ha pagato il sostegno a Fassino nel Comune di Torino e l’alleanza con i democratici alle elezioni politiche.

Il 23 marzo tutti i 156 parlamentari del Movimento 5 Stelle saranno alla manifestazione in Val di Susa per ribadire il no al Tav e ciò (giustamente) porterà loro ulteriore visibilità.

Pierluigi Bersani avrebbe la possibilità di trasformare una manifestazione di protesta in una giornata di festa, riavvicinare gli elettori della Valle al Pd. Per far sì che ciò sia possibile, c’è una sola cosa da fare: annunciare, in quella stessa data, il blocco del progetto.

COMUNE DI SUSA
Camera: M5S 42,7%; Pd 14,3% + Sel 2,1%
Senato: M5S 41,3%; Pd 15,6% + Sel 1,9%

COMUNE DI CHIOMONTE
Camera: M5S 37,5%; Pd 16,1% + Sel 0,8%
Senato: M5S 34,8%; Pd 17,8% + Sel 1,2%

COMUNE DI BUSSOLENO
Camera: M5S 46,2%; Pd 18,4% + Sel 2,6%
Senato: M5S 44,5%; Pd 19,4% + Sel 2,5%

COMUNE DI VENAUS
Camera: M5S 58,1%; Pd 10,5% + Sel 1,7%
Senato: M5S 47%; Pd 9,3% + Sel 1,9%

COMUNE DI AVIGLIANA
Camera: M5S 37,8%; Pd 19,1% + Sel 3,9%
Senato: M5S 35,5%; Pd 21,5% + Sel 3,4%

COMUNE DI EXILLES
Camera: M5S 53,2%; Pd 6,9% + Sel 2,9%
Senato: M5S 51,8%; Pd 9,6% + Sel 1,8%

COMUNE DI ALMESE
Camera: M5S 39,8%; Pd 19,3% + Sel 3,1%
Senato: M5S 41%; Pd 18% + Sel 3,3%

COMUNE DI RUBIANA
Camera: M5S 40,4%; Pd 19,2% + Sel 3,8%
Senato: Pd M5S 37,7%; Pd 20,9% + Sel 4,2%

COMUNE DI CONDOVE
Camera: M5S 42,4%; Pd 18,5% + Sel 3,5%
Senato: M5S 40,2%; Pd 20,0% + Sel 3,3%

COMUNE DI SANT’ANTONINO DI SUSA
Camera: M5S 41,5%; Pd 17,9% + Sel 2,6%
Senato: M5S 40,2%; Pd 19,5% + Sel 2,3%

COMUNE DI MATTIE
Camera: M5S 53,2%; Pd 15% + Sel 3,2%
Senato: M5S 49,3%; Pd 17,8% + Sel 1,9%

COMUNE DI GRAVERE
Camera: M5S 42,7%; Pd 14,6% + Sel 0,9%
Senato: M5S 39,5%; Pd 16,2% + Sel 1,2%

COMUNE DI MEANA DI SUSA
Camera: M5S 45,5%; Pd 11,5% + Sel 2,0%
Senato: M5S 43,5%; Pd 14,3% + Sel 1,8%

COMUNE DI GIAGLIONE
Camera: M5S 44%; Pd 14,7% + Sel 5,9%
Senato: M5S 43,5%; Pd 16%; Sel 4,2%

COMUNE DI SALBERTRAND
Camera: M5S 40%; Pd 14,8% + Sel 3,9%
Senato: M5S 37,2%; Pd 16,1% + Sel 4,2%

COMUNE DI BRUZOLO
Camera: M5S 45,7%; Pd 18,2% + Sel 3,1%
Senato: M5S 43,5%; Pd 19,1% + Sel 2,2%

COMUNE DI SAN DIDERO
Camera: M5S 51%; Pd 11,2% + Sel 2,2%
Senato: M5S 48,2%; Pd 12,5% + Sel 2,1%

COMUNE DI BORGONE SUSA
Camera: M5S 42,9%; Pd 19,3% + Sel 2,3%
Senato: M5S 40,8%; Pd 20,1% + Sel 3,0%

COMUNE DI BUTTIGLIERA ALTA
Camera: M5S 31,5%; Pd 22,5% + Sel 3,2%
Senato: M5S 29,2% Pd 24,6% + Sel 2,9%

COMUNE DI SANT’AMBROGIO DI TORINO
Camera: M5S 45,2%; Pd 18,0% + Sel 1,9%
Senato: M5S 42,9%; Pd 19,1% + Sel 1,6%

COMUNE DI VAIE
Camera: M5S 50,4%; Pd 13,7% + Sel 2,5%
Senato: M5S 49,2%; Pd 15% + Sel 1,9%

COMUNE DI ROSTA
Camera: M5S 33,2%; Pd 20,8% + Sel 2,8%
Senato: M5S 31%; Pd 22,7% + Sel 2,5%

TAV tracciato

Va tutto bene, va tutto bene

In Elezioni 2013 on 26 febbraio 2013 at 13:38

vendo bersaE ancora una volta siamo qui a commentare un’altra disfatta, l’ennesimo miracolo del centrosinistra, capace di perdere elezioni già vinte e di resuscitare, tanto per cambiare, un candidato politicamente morto. Non è andata meglio a Rivoluzione Civile, il cui progetto inizialmente nobile è stato sporcato da chi ha tentato di appropriarsene, tentando di utilizzare il movimento come un autobus verso il Parlamento.

Hanno perso tutte le sinistre, di ogni sfumatura, apparse conservatrici agli occhi degli italiani, distanti dai problemi reali del Paese, troppo impegnate a discutere di alchimie post-elettorali. Italia Bene Comune è sembrata fin da subito un progetto grigio, proprio come i manifesti di Pier Luigi Bersani (e qui ci sarebbe da affrontare l’annoso problema della comunicazione del Pd). Quest’ultimo verrà ricordato non per le sue proposte (poche e poco entusiasmanti), ma per il suo politicismo astratto, per i suoi continui richiami ad accordi di governo con Monti, ingigantendo una figura che, in termini elettorali, ha ottenuto appena il 9% al Senato. Questo, a sua volta, ha penalizzato Sinistra Ecologia Libertà, che è riuscita a far peggio della Sinistra Arcobaleno (3,1%) e dell’Idv alleata con il Pd nel 2008 (3,2% vs 4,4%), appannando la figura di Nichi Vendola (il centrodestra ha vinto anche in Puglia), non più visto come l’uomo rivoluzionario, radicale, di sinistra e alternativo alle scelte sciagurate dell’apparato dirigenziale del Pd, ma come un dirigente politico subalterno, un contro-altare, l’artista della famiglia, una costola di sinistra di Letta, Fioroni e D’Alema.

Berlusconi, al contrario, verrà sì ricordato (perlomeno dal sottoscritto) per il suo show a Servizio Pubblico, ma anche per la sua proposta (folle, ridicola o seria che sia) sull’Imu, per il suo «no» ad ulteriori sacrifici, per le sue critiche al ruolo limitato della BCE, per il suo contrasto al fiscal compact (in compenso ci si dimenticherà o si è già dimenticato che è stato lui a sostenerlo per primo). Cose, insomma, che avrei dovuto sentire dalla coalizione dei progressisti (a parte la boutade sull’Imu) e dal suo candidato premier. Ma Bersani, invece, ha fatto l’esatto contrario, sostenendo che i trattati fiscali europei non sarebbero stati rinegoziati e che in fondo sarebbe bastata «un po’ più di equità», arrivando a rinnegare la patrimoniale sulle grande ricchezze, da utilizzare, insieme ad altre proposte (come il reddito minimo garantito), per ribattere alla trovata del Caimano.

E’ stato il centrosinistra a riportare Berlusconi alla ribalta, non solo non accettando di votare un anno fa (quando il leader del Pdl non avrebbe superato nemmeno il 15%), ma riproponendo il voto contro una persona, il «voto utile» (alla fine dimostratosi ancora una volta inutile, come nel 2008), lo smacchiamento del «giaguaro», che come ha fatto notare l’amico Claudio Riccio, ha soppiantato lo slogan «l’Italia giusta»: 

«L’obiettivo programmatico è stato rimpiazzato da quello competitivo, il parteggiare per un’idea è stato sostituito dal tifo per una collocazione politica. “Vincere per cambiare il Paese” è diventato un “vincere per non tornare indietro”. Il progetto politico dei progressisti e in particolare quello democratico sembra aver scelto di autoalimentarsi aiutando la propria nemesi a tornare al centro della scena e del dibattito politico. Così facendo ha incastrato tutti nell’eterno ritorno dell’ultimo ventennio. Più che un giaguaro il simbolo della campagna elettorale sembra proprio essere il gattopardo, simbolo del “cambiare tutto per non cambiare niente».

Dopo vent’anni gli elettori di sinistra, speranzosi di votare per realizzare qualcosa e non di votare ancora una volta contro qualcuno, hanno detto basta e si sono riversati nel MoVimento 5 Stelle. Questo lo dicono i numeri: il Pd di Bersani ha perso tre milioni e quattrocentomila voti rispetto a quello di Veltroni. Tale emorragia è particolarmente evidente al Sud e nelle cosiddette «Regioni Rosse», ossia Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Marche. Nella prima i democratici sono passati (dati della Camera) dal 46,8% al 37,5% (circa trecentomila voti in meno); nella seconda si è scesi dal 45,7% al 37% (anche qui trecentomila voti in meno); nella terza dodici punti percentuali in meno: dal 44,4% al 32,1% (meno centomila voti); nell’ultima dal 41,4% al 27,7% (centocinquantamila voti in meno), con tanto di sorpasso del M5S, diventato primo partito col 32,1%.

Ma i voti di Grillo sono solamente mera protesta contro i partiti in sé? No, hanno perso, come ha fatto notare Francesca Fornario, coloro i quali hanno sostenuto l’austerity, i sacrifici indiscriminati e coloro i quali si sono alleati con chi ha sostenuto tutto ciò. Esempi lampanti: il Pd (crollato), l’Udc (1,8%), Fli (0,5%, ma i problemi di questo partito non si racchiudono in ciò), lo stesso Monti (un misero 9%), Sel (3,2%). Ne hanno tratto vantaggio il M5S e parzialmente Berlusconi, le cui colpe sono state dimenticate e cancellate con un colpo di spugna e che, a partire dalla fiducia tolta al Governo dei tecnici, ha ripreso la sua ascesa, riportando un partito dato al 13% al 29%.

Poi, va be’, capisci che ogni analisi, compresa quella che ho appena fatto (condivisibile o meno) sarà inutile quando senti dire da Enrico Letta che in fondo così male non è andata perché «bisogna prendere atto che il Pd è primo al Senato», da Ingroia che RC ha fallito «perché è colpa del Pd» e poi da Vendola che «noi di Sel possiamo dirlo con orgoglio: missione compiuta. La sinistra torna in Parlamento». 7 senatori come missione della «sinistra». Immaginate se  questa fosse fallita. Con questi dirigenti qui non vinceremo mai.

Sarà solo colpa vostra

In Elezioni 2013, Politica on 7 febbraio 2013 at 13:55

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Mancano ormai (e per fortuna) diciassette giorni alla fine di questa orrida campagna elettorale, contrassegnata dall’assenza pressoché totale di programmi e proposte, da militanti diventati avvocati di partito, piccoli Gasparri e Ghedini ancora in fasce. Non una discussione sui contenuti, prime pagine occupate da possibili (io direi sicuri) accordi di Palazzo tra il Partito Democratico e i centristi, dibattiti sul web incentrati sulla figura di Li Gotti, sul voto utile, su quanto Ingroia sia manettaro poiché magistrato.

Il duo Vendola-Bersani crolla nei sondaggi (siamo passati da una forbice del 10-11% a una del 3-5%) non a causa di un pericoloso procuratore di Palermo, ma perché il candidato leader della coalizione va ripetendo da mesi, e con maggiore insistenza dalle primarie in poi, che il destino del centrosinistra sarà quello di accordarsi e di allearsi con l’allegra compagnia montiana.

Berlusconi, seppur in maniera demagogica, riesce ancora a dettare l’agenda e ad ottenere la ribalta sui media anche attraverso delle idee (la restituzione dell’Imu o il condono tombale), condivisibili o meno che siano. Il grande problema di Italia Bene Comune, invece, è che non vi è una sola proposta condivisa sia da Sel che dal Pd capace non dico di far sognare, emozionare, sperare, ma quantomeno di attirare l’attenzione da parte della stampa e degli elettori. Fateci caso: i titoli principali sul centrosinistra riguardano solamente l’accordo con il Centro. Non c’è un solo punto programmatico forte in cui una persona di sinistra si possa identificare pienamente.

Non c’è il reddito minimo garantito (Bersani ha parlato di salario minimo; qualcuno lo spieghi al Corriere della Sera); non c’è la rinegoziazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio; non c’è il ripristino dell’art.18; non c’è la legalizzazione dei matrimoni omosessuali, delle droghe leggere e della prostituzione; non c’è nessuno che nomini il testamento biologico, l’eutanasia o un qualsiasi tema etico; non c’è (più) nemmeno la patrimoniale; non c’è il no al Tav in Val di Susa e così via.

Ecco perché poi gli elettori di sinistra, stanchi degli accordi di Palazzo e di dover sentire un giorno sì e l’altro pure che l’alleanza con Casini, Fini, Binetti, Monti e Buttiglione si farà, si rifugiano nel voto verso Grillo o Ingroia. Non per spirito di autolesionismo, non perché godono nel vedere il centrosinistra perdere, ma perché stufi di assistere ad una coalizione rinunciataria, pavida, subalterna, triste e grigia. Perché una persona che si riconosce nei punti sopraelencati dovrebbe votare per una coalizione che, evidentemente a causa del Pd, quei punti non li porterà avanti?

E no, non date colpe agli elettori per quelli che sono solo vostri demeriti, mancanze e silenzi. Non chiedete il «voto utile» per scongiurare il ritorno di qualcuno (quel “qualcuno” che avete aiutato e resuscitato per vent’anni). Chiedete, piuttosto, il voto libero e consapevole per realizzare qualcosa. Altrimenti la colpa sarà solo vostra e il voto verso qualcun’altro una semplice conseguenza.

Quindi il Pd avrebbe votato come il Front National

In LGBTQ, Politica on 2 febbraio 2013 at 13:05

niente-gay-pdFrançois Hollande ha mantenuto la promessa fatta in campagna elettorale. Con 249 sì e 97 no l’Assemblea nazionale francese ha approvato i matrimoni omosessuali. A sostenere il provvedimento, il Partito Socialista, il Front De Gauche di Jean-Luc Mélenchon, i Radicali di Sinistra, i Verdi e parte dei Modem; contrari l’UMP, il resto dei centristi e ovviamente il Front National.

Se da un lato la notizia mi fa gioire perché un altro Paese ha scelto la strada della piena uguaglianza, stabilendo che il mondo GLBTQ non deve avere un istituto giuridico differente e con diritti dimezzati , dall’altro mi rattrista sapere che il “progressista” Partito Democratico, se avesse potuto votare, avrebbe fatto parte dei 97 contrari con l’UMP e soprattutto il Front National. A proposito di «Italia giusta», caro Bersani…

Il «no» alla patrimoniale viola la Carta d’Intenti?

In Politica on 18 gennaio 2013 at 11:12

BersaniNero«Non voglio fare Robespierre o Saint-Just: niente patrimoniale», ha dichiarato quest’oggi Pier Luigi Bersani a Radio 24, dimenticandosi di aver sottoscritto una Carta d’Intenti, definita da lui stesso come «patto vincolante sul programma», che prevederebbe l’esatto contrario: «Il primo passo da compiere è un ridisegno profondo del sistema fiscale che alleggerisca il peso sul lavoro e sull’impresa, attingendo alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari».

P.S. Caro Nichi, dì qualcosa. Una qualunque, ma dilla. Tu che sei stato e sei un fervente sostenitore della patrimoniale, nonché un pacifista (Bersani ha detto che la Francia non va lasciata sola nel «giusto» intervento in Mali), non puoi restare in silenzio.

Nichi, adesso che profumo senti?

In Politica on 18 gennaio 2013 at 09:59

nichi bersaniSono le 10.40 e Pier Luigi Bersani mi ha ricordato, come ogni giorno e semmai ce ne fosse ancora bisogno, il perché o meglio i perché la coalizione Italia Bene Comune non avrà mai il mio voto.

In una serie di dichiarazioni rilasciate a Radio 24, il segretario del Pd ha appoggiato con convinzione l’ennesima guerra, questa volta in Mali, e ha chiarito che con lui non ci sarà nessuna patrimoniale: «Non voglio fare Robespierre o Saint-Just: niente patrimoniale. Giusto l’intervento in Mali della Francia, che non va lasciata sola».

Ecco, dopo il «no» al reddito minimo garantito (dal minuto 16.13), alla rinegoziazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio (pur avendoli osteggiati con Berlusconi, salvo poi votarli), ai matrimoni gay, al ripristino dell’art.18 e dopo il «sì» al Tav in Val di Susa e ad un inasprimento dei vincoli fiscali (sostegno alla proposta del ministro delle finanze della MerkelWolfgang Schäuble), viene spontaneo chiedersi: Nichi, ma adesso che profumo senti?

Progressisti, europeisti, conservatori? No, due ipocriti

In LGBTQ, Politica on 17 gennaio 2013 at 09:28

bersani montiAppena diciassette giorni fa Mario Monti, probabilmente dopo aver letto George Orwell, si auto-definiva «progressista», in un abile capovolgimento del significato delle parole. Come ho già scritto in precedenza, non ci sarà cambiamento se non si restituirà senso a quei termini vittime di abuso. L’enciclopedia Treccani può essere utile in questa missione: si definisce progressista chi «sostiene la necessità di accelerare il progresso, cioè l’evoluzione della società, nell’ambito politico, sociale ed economico, e si comporta e agisce di conseguenza (spec. in contrapp. a conservatore, reazionario)»

Ieri, però, il candidato premier centrista si è dichiarato contrario ai matrimoni tra persone dello stesso sesso e alle adozioni omogenitoriali: «La famiglia è formata da un uomo e una donna ed è giusto che i figli crescano con madre e padre»Questo sì che è progressismo.

La notizia, però, non è tanto che il conservatore Monti abbia detto «no» al pieno riconoscimento dei diritti civili; era piuttosto scontato, visto che a sostenere la sua candidatura vi è il Trio dell’Ave Maria formato da Casini, Binetti e Buttiglione. La vera notizia è che il vero (oppure presunto) candidato dei progressisti, ossia Pier Luigi Bersani, sui matrimoni omosessuali ha la stessa posizione del candidato premier dei conservatori. Il segretario del Pd non riesce ad andare oltre rispetto alle unioni civili:a un istituto giuridico diverso, che non garantirebbe gli stessi diretti e che creerebbe categorie di persone dalla dignità e dall’importanza diversa.

Eppure, entrambi si richiamano all’europeismo, giustificano provvedimenti iniqui e gravi utilizzando il mantra del «ce lo Chiede l’Europa». Sì, proprio la stessa Europa che, il 13 Marzo 2012, ha approvato una risoluzione che richiama gli Stati membri dell’UE a «non dare definizioni restrittive di famiglia».

Bersani e Monti non sono progressisti, né conservatori, né europeisti: sono semplicemente due ipocriti. E puzzano d’incenso.

Ma quindi che senso ha votare Sel?

In Politica on 14 gennaio 2013 at 14:47

Bersani-Vendola5-638x425Sui social network, quando un dirigente del Pd dice cose che profumano poco di sinistra, è matematico leggere tra i militanti di Sel una frase che è diventata come il «ce lo chiede l’Europa»: «per questo bisogna votare il nostro partito». Buono per ogni stagione, il «per questo bisogna votarci» viene ripetuto come un mantra: il Pd dice no alla pasta al pomodoro? «Per questo bisogna votarci. C’è una pasta al sugo migliore». Franceschini dice che la coca cola è migliore della Pepsi? «Per questo bisogna votare Sel. La solita coca cola #OppurePepsi».

In ordine di tempo, il candidato dei «progressisti» (la parola «sinistra» è ormai considerata una bestemmia)  Pier Luigi Bersani ha detto: al Tav e «nessuno può mettere l’opera in dubbio» (9 Marzo 2012); no ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, travisando le effettive parole di Obama, rinforzate dal sostegno ufficiale del Democratic Party (31 Agosto 2012); no al ripristino dell’art.18 (10 Dicembre 2012), mentre Vendola non solo proponeva di estenderlo a tutti, ma “minacciava” i democratici di rompere l’alleanza: «se il Pd cede sull’art.18, il centrosinistra è a pezzi»; no alla rinegoziazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio (26 Dicembre 2012), malgrado fosse di avviso completamente diverso quando a governare era Silvio Berlusconi«Non parlateci di pareggio di bilancio in Costituzione, sarebbe castrarsi da ogni politica economica» (11 Agosto 2011); ad un ulteriore inasprimento del fiscal compact e dei vincoli economici europei (26 Dicembre 2012), dichiarandosi parzialmente favorevole alla proposta di Wolfgang Schäuble (ministro delle finanze di Angela Merkel), che consiste nella nomina di un commissario unico (Bersani preferirebbe una commissione) col compito non solo di valutare l’effettiva applicazione delle regole di bilancio, ma anche di porre il veto; no (dal minuto 16:13) al reddito minimo garantito perché non ci sono i fondi necessari per sostenerlo: «Datemi i soldi e io domattina faccio la Danimarca. […] Non raccontiamoci che gli asini volano: noi abbiamo un sistema legato ad una storia e anche a delle risorse» (10 Gennaio 2013).

Insomma, tutte le battaglie che hanno contraddistinto Sel sono state cestinate in appena nove mesi dai loro alleati. Questo antipasto di ciò che sarà il futuro governo di centrosinistra è condito da una Carta d’Intenti che, di fatto, imbriglia ulteriormente Vendola:

«Le forze della coalizione, in un quadro di lealtà e civiltà dei rapporti, si dovranno impegnare a «sostenere in modo leale e per l’intero arco della legislatura l’azione del premier scelto con le primarie; vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta; assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese […]; appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona»

La cosa divertente è che proprio il governatore pugliese, convertitosi sulla via di Veltroni, ha invocato prima di chiunque altro il «voto utile» verso Italia Bene Comune (i cui intenti sono tutt’altro che comuni). Ecco, prima del «voto utile», magari bisognerebbe invocare quello «coerente». Ma evidentemente Nichi non può più farlo.

P.S. Durante la stesura di questo articolo, Bersani ha affermato che «i mercati possono stare tranquilli, lo statalismo è di destra». Davvero inebriante questo «profumo di sinistra».

Puzza Confindustriale, altro che «profumo di sinistra»

In Politica on 7 gennaio 2013 at 16:32

vendola bersani 5Tra i tanti “profumi” del centrosinistra, mancava ancora quello dall’aroma Confindustriale. Il Pd, però, ha pensato “bene” di sopperire a questa mancanza: Giampaolo Galli, ex direttore generale di Confindustria, sarà candidato in Lombardia.

Galli, per intenderci, è lo stesso che rimproverò Monti di essere stato troppo tenero sull’art.18 e sulle liberalizzazioni del mercato del lavoro.

Sempre più centro, sempre meno sinistra. Questo puzza, per altri profuma.

UPDATE 18:40: il Pd, tramite la pagina ufficiale su Facebook, fa sapere che candiderà anche Giorgio Santini, segretario generale aggiunto della Cisl. Gli operai ringraziano sentitamente.