Pasquale Videtta

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Renzi ad “Amici”: dal Caimano allo Sciacallo

In Politica, Televisione on 29 marzo 2013 at 10:23

renzi adesso«Torna a casa, Renzi!». Potrebbe essere il titolo di un nuovo film con protagonista non il celebre collie Lassie, ma con il sindaco di Firenze, che a casa (Mediaset) ha deciso di tornarci davvero. Dopo la storica partecipazione a La Ruota della Fortuna, il “buon” Matteo ha deciso di partecipare a – rullo di tamburi – nientepopodimeno che Amici di Maria De Filippi. Le male-lingue, che poi solitamente ci prendono, affermano che sia l’inizio della sua personale campagna elettorale.

Verrebbe da chiedersi, innanzitutto, come mai Silvio Berlusconi, proprietario della rete televisiva, consenta la partecipazione di un suo possibile rivale alle prossime elezioni in una trasmissione in prima serata, per di più non in una puntata qualsiasi, ma in quella d’inaugurazione della nuova serie (capace, lo scorso anno, di registrare 4,8 milioni di telespettatori e di risultare prima fra tutte nello share serale). Sarà che gli amici di cena (o di festa?) non si dimenticano o, per citare Foscolo, siamo di fronte ad una soave corrispondenza d’amorosi sensi, visto che il 12 Settembre del 2012 il leader del Pdl affermava che «Renzi porta avanti le nostre idee sotto le insegne del Pd».

Ma qui il problema è essenzialmente un altro. Al contrario di quel che afferma Domenico Naso nel suo blog sul Fatto Quotidiano, la partecipazione del sindaco di Firenze ad «Amici» (che con «Uomini e Donne» e il «Grande Fratello» costituisce una delle pietre angolari del processo di assuefazione di massa degli ultimi vent’anni) rappresenta l’omologazione della sinistra al berlusconismo: il successo facile, il trash televisivo che soppianta scuola e cultura. L’idea che per battere «il Caimano» sia necessario diventare «lo Sciacallo», copiarlo, adeguarsi alla sua idea di politica rappresenta la più grave sconfitta della sinistra. Una sconfitta non semplicemente politica, ma in particolar modo culturale e sociale. Perché vincere senza essere alternativi nei modi e nei metodi, senza proporre un’idea di società diversa, lontana dalla narcotizzazione del pensiero messa in atto dalle televisioni non può considerarsi un cambiamento reale.

Ho sempre ritenuto che il compito primario della politica fosse quello di educare il popolo, di elevarlo, di innalzarlo. Adeguarsi vuol dire abbandonarlo, accettare lo status-quo, pensare che non sia possibile scrivere un racconto diverso da quello egemonico degli ultimi vent’anni. Significa che, pur di raccattare qualche voto, saremo costretti a salire sui palchi di Pontida e iniziare a ruttare.

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L’unico modo per stanare Grillo…

In Elezioni 2013, Partiti, Politica on 27 febbraio 2013 at 15:38

grillo-bersaniA Grillo gli si può dire di tutto, ma non che gli manchino la furbizia e il calcolo politico. Dichiarandosi indisponibile a concedere la fiducia a Pierluigi Bersani, sa di aver fatto l’en-plein perché:

  1. Non si «mischierà» al Pd, rischiando di perdere gli elettori di centrodestra o coloro che lo hanno votato perché delusi da tutti i partiti (la sua ossessione maniacale nell’apparire diverso è apparsa evidente anche in un gesto comunicativamente semplice: farsi fotografare alle urne il lunedì e non la domenica con tutti gli altri leader);
  2. Sa che Giorgio Napolitano, essendo nel cosiddetto «semestre bianco», non potrà sciogliere le Camere;
  3. Ciò costringerà Pd e Pdl, Bersani e Berlusconi, a trovare un accordo, affinché il centrosinistra possa ottenere quantomeno la prima fiducia;
  4. Sa che in qualsiasi caso il M5S, perlomeno secondo le sue previsioni, otterrebbe un effetto rimbalzo, come Syriza in Grecia: da un lato perché, andando subito a nuove elezioni, i suoi voti aumenterebbero; dall’altro perché, pur non recandoci immediatamente alle urne, “speculerebbe” sull’accordo tra centrodestra e centrosinistra (a dimostrazione di ciò, cito l’Amaca odierna di Michele Serra: «Qualunque accordo con Berlusconi costerebbe al Pd altri milioni di voti. Per primo il mio»). 

A questo punto, l’unico modo per stanarlo, per metterlo di fronte alle responsabilità che spettano a lui e al suo MoVimento, sarebbe affidargli il ruolo di formare un nuovo Governo.

P.S. Comunque, sorge spontaneo chiedersi: se Grillo è solo il «megafono», il «portavoce» del M5S, se «ognuno vale uno», perché è lui a dire «no» alla fiducia? C’è stata una consultazione interna? E’ questa l’iper-democrazia?

UPDATE – ORE 20.31

«Dopo il mio «no» alla fiducia, Pd e Pdl faranno l’accordo. Il Governo durerà un anno, si andrà alle urne e nel 2014 il M5S cambierà il mondo» 
(Beppe Grillo alla BBC)

Come volevasi dimostrare.

Poi, va be’, aveva solo Vittorio Mangano in casa…

In Politica on 24 gennaio 2013 at 15:21

berlusconi-coppolaQuesta mattina, intervenuto a Radio 2, Silvio Berlusconi ha smentito ogni suo rapporto con le mafie: «Non ho nessun legame, l’ho già giurato sulla testa dei miei figli e dei miei nipoti».

Poi, va be’, aveva solo Vittorio Mangano in casa, definito da Borsellino «testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia», «terminale dei traffici di droga che conducevano alle famiglie palermitane», arrestato tre volte prima del 1974 per procedimenti penali che riguardavano truffa, emissione di assegni a vuoto, ricettazione, lesioni volontarie, tentata estorsione, condannato prima a quindici anni per traffico di droga e poi all’ergastolo per un duplice omicidio. Tra tanti “stallieri” (sì, Mangano venne assunto dal “povero” Silvio come “stalliere”, pur non avendo lui cavalli) presenti nella Brianza, in Lombardia e nel nord, Berlusconi è sceso a cercarlo fino a Palermo, dove finalmente ne ha trovato uno, casualmente mafioso. Ma non un mafioso qualsiasi eh, la «testa di ponte». Solo sfortuna, sì sì.

Poi, va be’, ha solo co-fondato Forza Italia con Marcello Dell’Utri, attualmente rinviato a giudizio per la Trattativa Stato-Mafia e condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa per i fatti accaduti sino al 1992.

Poi, va be’, la Fininvest, secondo i giudici di Palermo, avrebbe pagato il pizzo alla mafia.

Quisquilie, bazzecole, pinzillacchere.

Ecco il voto utile: i regali di PDS-DS-PD al Cav

In Partiti, Politica on 21 gennaio 2013 at 22:00

Schermata 2013-01-20 a 22.57.09Povero Antonio Gramsci, se sapesse a cosa si è ridotta l’Unità probabilmente rimpiangerebbe il giorno in cui decise di fondarla. E povera anche l’Unità, passata dalla direzione di Antonio Gramsci e quella di Claudio Sardo, autore del libro-intervista a Pier Luigi Bersani, e subentrato alla ben più critica e combattente Concita De Gregorio, evidentemente indisposta a rendere un giornale dalla storia così nobile ad house organ di un partito che quella storia l’ha completamente rinnegata.

Nella giornata di ieri, il quotidiano eterodiretto dal Partito Democratico ha sparato a zero contro Antonio Ingroia, candidato premier di Rivoluzione Civile, reo di aver deciso di presentare le proprie liste in ogni Regione d’Italia: «Il regalo di Ingroia al Cav», il titolo a 9 colonne.
Come se la responsabilità di 19 anni di Berlusconi e delle sue continue rinascite fossero dell’ex pm di Palermo, considerato dal leader del Pdl come «un cancro della democrazia».

Con un abile stratagemma orwelliano, quindi, il giornale del fu Antonio Gramsci, decide di stravolgere la realtà, dimenticandosi che i veri regali «al Cav» sono stati fatti, durante la storia politica dell’ultimo ventennio, da quelli che sono stati i suoi veri alleati ombra: prima dal Pds, poi dai Ds e infine dal Pd.

Il 24 Gennaio del 1997, Pds, Forza Italia, An e Ppi crearono il cosiddetto «Inciucio della Bicamerale»ribattezzato su l’Espresso da Claudio Rinaldi e Giampaolo Pansa, già prima della sua effettiva nascita, come il «D’Alemoni»: «E’ come – scrisse Pansa – se Silvio il Perdente si fosse vendicato entrando nel corpo di Massimo il Conquistatore, condannandolo a perpetrare le idee, la concezione mentale, le pulsioni illiberali del berlusconismo di guerra. E’ con gli attacchi di D’Alema ai giudici che ho capito che le idee del capo di Forza Italia erano passate nella testa del leader della Quercia».

Il «D’Alemoni», che Marco Travaglio ha definito, citando i Sepolcri di Foscolo«soave corrispondenza di amorosi sensi», nasce in seguito a nuove indagini giudiziarie nei confronti della politica. Innanzitutto, durante la campagna elettorale del 1996, scoppia il caso «Toghe Sporche»Previti, avvocato di Berlusconi, viene indagato per aver presumibilmente corrotto due giudici; parallelamente, si avvicina la chiusura di Tangentopoli, mentre a Palermo  vengono avviate altre indagini per via del rapporto tra giudici, politici e mafia: nel 1995, Giulio Andreotti viene rinviato a giudizio per associazione mafiosa; nel 1996 viene indagato il giudice Corrado Carnevale per concorso esterno in associazione mafiosa, in compagnia di altri tre ex magistrati della Cassazione: Stanislao Sibilia, Aldo Grassi e Paolino Dell’ Anno; sempre nel 1996 viene rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa Marcello Dell’Utri, co-fondatore di Forza Italia.

Nel frattempo Silvio Berlusconi riceve un rinvio a giudizio per concorso in corruzione (1995); un rinvio a giudizio per finanziamento illecito al PSI e per falso in bilancio aggravato (1996, processo All Iberian); un’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio (1997), successivamente archiviata. E’ inoltre indagato dalla procura di Firenze e dalla procura di Caltanissetta per concorso esterno in stragi.

Come si fa a non riformare la giustizia e a cambiare la Costituzione con un uomo da queste credenziali? E infatti il centrosinistra spalanca le porte a Berlusconi, tessera 1816 della P2:

  • nel 1996, l’art.371 del codice penale, fortemente sostenuto da Giovanni Falcone, viene depotenziato con un voto bipartisan: stop agli arresti per i falsi testimoni;
  • nel 1997 inciucio della Bicamerale: Massimo D’Alema eletto presidente grazie ai voti di Forza Italia;
  • 1° Luglio 1997: abolizione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale: un pubblico ufficiale, ad esempio, abusa del suo ruolo favorendo la persona Y, ma non si riesce a dimostrare il vantaggio patrimoniale ottenuto. Perché? Perché le giunte regionali di Lombardia (centrodestra), Piemonte (centrodestra) e Abruzzo (centrosinistra) erano coinvolte nella lottizzazione delle Asl ed erano state indagate quasi in blocco per abuso d’ufficio;
  • una sentenza della Consulta del 7 dicembre 1994 dichiara incostituzionale la legge Mammì, che permetteva a Mediaset di mantenere tre reti televisive sull’analogico, imponendo che entro il 28 agosto 1996 uno dei tre canali sarebbe dovuto finire sul digitale. Cosa fa il ministro delle Poste e telecomunicazioni Maccanico (governo Prodi)? Prima dispone due proroghe semestrali per Fininvest, poi realizza una legge (la legge Maccanico del 1997, appunto) che porta alla nascita dell’Agcom;
  • l’Agcom entra in funzione nel 1998, garantendo altri mesi di vita alle tre reti televise di Berlusconi, e istituisce una gara per gli 8 canali nazionali; Rete 4 perde a discapito di Europa 7, ma il Governo D’Alema arriva prontamente in soccorso di Silvio, concedendo proprio a Rete 4 una «abilitazione provvisoria» in modo da poter proseguire la messa in chiaro;
  • legge «ad Dell’Utrum» I: nel 1990 la Consulta elimina la possibilità di patteggiare (il patteggiamento garantisce uno sconto della pena) in fase d’appello, poiché incostituzionale. Nel 1998, però, durante il processo Dell’Utri (già condannato in primo grado a tre anni, due mesi e venticinque giorni di reclusione), il senatore Giuseppe Valentino di Alleanza Nazionale, infischiandosene della sentenza della Consulta, la ripropone: torna il patteggiamento in secondo grado di giudizio, grazie ai voti del centrosinistra. Dell’Utri non se ne avvale e la condanna viene confermata…;
  • legge ad «Dell’Utrum» II: … ma si sa, la Provvidenza non pone mai limiti: il 19 Gennaio del 1999, viene approvata in maniera bipartisan una norma transitoria alla legge Valentino che permette, udite udite, la possibilità di patteggiare anche in Cassazione, ossia nell’ultimo grado di giudizio. Il 16 Febbraio, 21 giorni prima dell’udienza finale su Dell’Utri, il tutto passa definitivamente, e il “buon” Marcello decide di avvalersi del patteggiamento: pena ridotta, sotto la soglia dei tre anni (fissata da un’altra legge bipartisan, la Simone[AN]-Saraceni[Pds] che evita il carcere a chiunque debba scontare meno di tre anni: Pomicino, Bisignani, Forlani, Citaristi, Sama, Garofano, condannati definitivamente per il processo Enimont, ringrazieranno sentitamente);
  • chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara: la maggioranza di centrosinistra, evidentemente non ancora soddisfatta, decide che oltre a realizzare gli intenti del centrodestra, è possibile spingersi oltre: perché non attuare anche alcuni desideri presenti nel papello di Totò Riina? Il 7 Agosto del 1996, il ministro della Giustizia Flick annuncia «la chiusura dei supercareri di Pianosa e Asinara entro il 1997». Promessa mantenuta: il 23 Ottobre 1997 il Consiglio dei Ministri vara la dismissione dei suddetti penitenziari (particolarmente osteggiati dai boss perché, essendo situati su isole, rendevano difficile la comunicazione esterna). Durissimo il giudizio de La Repubblica che, in un’analisi sull’operato del governo di centrosinistra nella lotta alla mafia, scrisse che «i boss di Palermo cominciano a tirare un sospiro di sollievo»;
  • bozza Boato (non approvata solo perché Berlusconi sciolse anticipatamente la Bicamerale): tratto da «L’inciucio colpisce ancora» di Peter Gomez e Marco Travaglio:

D’Alema avverte: «Il rapporto fra magistratura e potere politico è uno dei temi che più seriamente dovrà impegnare la Bicamerale». Il relatore sulla Giustizia è Marco Boato, ex Lotta continua, ex Psi, molto ostile alla magistratura. Il 30 ottobre ‘98 la bozza Boato viene approvata da tutti i partiti, tranne Rifondazione. Pare la riedizione del Piano di rinascita democratica di Licio Gelli: la magistratura non è più un “potere” dello Stato; carriere di pm e giudici separate, con due Csm in cui aumenta la presenza dei politici rispetto ai togati; i giudizi disciplinari sottratti al Csm e affidati a una “Corte di giustizia” con i magistrati ordinari in minoranza; le Procure non possono più prendere le notizie di reato, ma dovranno attendere le denunce della polizia (che dipende dal governo); l’azione penale non è più obbligatoria; “il ministro della Giustizia riferisce al Parlamento sull’esercizio dell’azione penale e sull’uso dei mezzi di indagine”.

Quando a Licio Gelli, capo della P2, venne chiesto un parere sulla Bozza Boato, da un lato s’inorgoglì, dall’altro si dispiacque perché avrebbe voluto che gli venisse riconosciuto il copyright: «Il mio Piano di rinascita? Vedo che, vent’anni dopo, questa Bicamerale lo sta copiando pezzo per pezzo, con la bozza Boato. Meglio tardi che mai. Mi dovrebbero almeno dare il copyright. Voglio i diritti d’autore».

  • la riforma dei pentiti di mafia che fa pentire di pentirsi (2001)la legge, proposta da Fassino, stravolge quella voluta da Falcone e Borsellino, riduce i benefici dello Stato riservati ai pentiti e riduce i tempi consentiti per collaborare con la giustizia: 180 giorni, poi stop. A spiegare la gravità della legge è il magistrato americano Richard Martin (collaboratore di Falcone) nella testimonianza resa al processo di Palermo contro Andreotti:

«Da noi non esiste alcun obbligo di dire tutto e subito, ma solo l’obbligo di dire la verità. Come mi insegnò Falcone, sviluppare la testimonianza di uno che è stato dentro una organizzazione come Cosa Nostra non è semplice, non è una cosa che si fa in una settimana, o in un mese. Quando uno ha vissuto, come Buscetta, trent’anni in Cosa Nostra, ci sarà un lungo periodo durante il quale si devono fare interrogatori e poi verifiche. Anche in Italia, Falcone non insisteva mai che qualcuno dicesse tutto subito, perché capita spesso che ci siano questioni, domande o informazioni che non sembrano rilevanti al momento. E perché il testimone non può sapere tutto quello che serve al Procuratore ad un certo momento, ma nel tempo possono venire fuori delle altre cose, delle altre domande. E questo è il metodo utilizzato da Falcone. Anche con Buscetta. Se dopo anni il collaboratore dice cose nuove, magari aprendo il discorso politico, per noi americani non fa differenza. (…) Se si parla di Cosa Nostra o di politica, è sempre la stessa cosa, è sempre necessario fare le verifiche. Ma non è proibita una testimonianza su un soggetto isolato (…) anche se è stata resa dopo un lungo periodo»;

Ad ispirare il provvedimento? L’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

  • discorso shockante di Luciano Violante (PDS-DS-PD) alla Camera:  «L’onorevole Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso ma nel 1994, che non sarebbero state toccate le televisioni quando ci fu il cambio di governo. Lo sa lui (Berlusconi, ndr) e lo sa anche l’onorevole Letta. Comunque a parte questo la questione è un altra: voi ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto di interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni, gli avessimo aumentato, durante il mandato di centrosinistra… il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte»;
  • indulto «ad Previtum»: il 4 Maggio del 2006 la Corte di Cassazione conferma la condanna di Cesare Previti: sei anni di reclusione per corruzione giudiziaria. La legge ex Cirielli, però, lo salva: l’ex avvocato di Silvio Berlusconi non dovrà “soggiornare” nel carcere di Rebibbia (dove vi rimarrà per soli quattro giorni), ma otterrà i domiciliari (che è quanto prevede la ex Cirielli per coloro che superano i settant’anni). Da questo momento in poi, non solo gli esponenti del centrodestra, ma anche quelli dell’Ulivo invocheranno l’indulto.Il via alle danze si ha il 6 Maggio, due giorni dopo la condanna, con il solito Piero Sansonetti, l’allora direttore del quotidiano di Rifondazione Comunista, «Liberazione»: «Salviamo Previti. Come? Con una legge ad personam: l’amnistia». Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’attuale sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. La sua soluzione? Non un’amnistia generalizzata per coloro che hanno ricevuto una condanna di sei anni (come proponeva Sansonetti), ma un condono ad personam di due-tre anni riservato a Previti, in modo da «poter rientrare nei limiti per accedere ai servizi sociali».Il 2 Giugno, Clemente Mastella, ai tempi Ministro della Giustizia, annuncia ai detenuti di Regina Coeli che proporrà «amnistia e indulto». Dichiarazioni che vennero accolte con favore da Fabrizio Cicchito, tessera 2232 della P2 e membro di Forza Italia, che però ci tenne a precisare«Dall’amnistia vanno esclusi solamente i reati di pedofilia e di criminalità organizzata. Punto. Nessuna discriminante su altri reati, magari per mantenere viva la polemica su Tangentopoli e sulla questione morale».Dopo una serie di «no» provvisori, l’11 Luglio in commissione giustizia si ha l’accordo tra Ds, Margherita, Forza Italia, Udc, Verdi e Rifondazione: arriva il testo messo a punto da Enrico Buemi (Rosa nel Pugno) che prevede l’indulto anche per i reati contro la Pubblica amministrazione, escludendo solamente terrorismo, mafia e pedofilia e mandando su tutte le furie Di Pietro.«Se non lasciamo nel testo la possibilità di far beneficiare dell’indulto anche Cesare Previti, Forza Italia non voterà con noi questo provvedimento. E vorrei ricordare a tutti che il quorum per farlo passare è di due terzi», ammette candidamente Pierluigi Mantinicapogruppo dell’Ulivo in commissione Giustizia, successivamente sbugiardato da La Repubblica e da Travaglio per le contraddizioni della sua coalizione.L’inciucio è servito: il 26 Luglio viene bocciato un emendamento dell’Idv che propone di escludere dall’indulto i reati contro la Pubblica amministrazione e il voto di scambio politico-mafioso. Stessa sorte per un emendamento del Pdci contro il voto di scambio: bocciato con 408 no (Ulivo, Forza Italia, Rifondazione), 57 sì (Pdci, Idv, Lega) e 53 astensioni (An). Il 27 Luglio la Camera approva l’indulto con 46o sì, 94 no (An, Lega, Idv),  e 18 astensioni (Pdci)Previti è salvo e con lui anche gli ex amministratori di Unipol, Consorte e Sacchetti, condannati il 25 Ottobre dal Tribunale di Milano: pena interamente condonata dall’indulto. Amen;
  • Ddl Mastella, bavaglio ai giornalisti (approvato alla Camera con voto bipartisan, non al Senato per scioglimento anticipato della legislatura): vietata la pubblicazione del “testo” e del “riassunto” degli atti giudiziari e delle intercettazioni fino alla conclusione delle indagini preliminari; la multa per il cronista che infrange il divieto di pubblicazione passano da un minimo di 51 euro a un massimo di 258 a un minimo di 10mila e a un massimo di 100mila;
  • Sì a condannati, indagati e pregiudicati per mafia nella Comissione Antimafia: il 6 Luglio 2006, la Camera  boccia l’emendamento di Orazio Licandro del Pdci con una maggioranza bulgara: 421 no, 21 sì (14 del Pdci più 7 voti ribelli). Cosa prevedeva di terribile per ricevere tutta questa contrarietà? Semplicemente che la Commissione Antimafia non fosse costituita da membri condannati,imputati o indagati per mafia o per reati contro la Pubblica amministrazione.A comporre la suddetta Commissione anche Cirino Pomicino, condannato a un anno e otto mesi di reclusione per finanziamento illecito (tangente Enimont) e a due mesi di reclusione (patteggiamento) per corruzione per fondi neri Eni, e Alfredo Vito, il quale patteggiò due anni di condanna con pena sospesa e cancellata 5 anni dopo, per sei episodi di reato contro la Pubblica Amministrazione.L’allora presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione, attualmente candidato in Sinistra Ecologia Libertà, reagì rabbiosamente non contro i due condannati, ma contro chi, come Nando Dalla Chiesa, contestava tale presenza: «Si vogliono spargere veleni per delegittimare l’istituzione, come già capito a Falcone e Borsellino», che sentitisi paragonare a Vito e Pomicino si sono rivoltati nella tomba. In fondo «il Parlamento è lo specchio del Paese», spiegava ancora Forgione.

    Quindi, siccome in Italia ci sono stupratori e pedofili, li piazziamo in Commissione per dare a tutti equa rappresentanza?

  • Scudo fiscale: 24 deputati del Pd si assentano e B. ottiene la fiducia: il 2 Ottobre 2009, la Camera vota sì alla fiducia sullo scudo fiscale. Tantissime le assenze nelle file del centrodestra, sarebbero bastati 20 voti non solo per evitare che il provvedimento passasse, ma anche per sfiduciare il Governo. Ma 32 parlamentari dell’opposizione si assentano: di questi, 24 del Pd.

Altro che Ingroia: negli ultimi vent’anni, il più grande alleato di Berlusconi è stato il centrosinistra, salvo poi evocare il suo spauracchio ad ogni tornata elettorale. Al «voto utile» (utile a chi? A cosa?) preferisco di gran lunga quello consapevole e libero dai ricatti.

P.S. Per chi volesse approfondire, consiglio la lettura dell’ottimo libro di Marco Travaglio «Ad personam», senza il quale sarebbe stato praticamente impossibile recuperare e ricostruire parte della memoria storica degli ultimi vent’anni.

Il momento più basso di Servizio Pubblico

In Politica, Televisione on 11 gennaio 2013 at 14:04

santoro berluIeri sera Silvio Berlusconi ha vinto su tutti i fronti. E’ riuscito a dire cose abbastanza sensate sul debito, sul fiscal compact e sul ruolo della BCE; ha fatto infuriare Santoro; ha depotenziato le accuse che gli sono state rivolte, non smentendole, ma affrontando tutto con il cabaret, con le battute, con gag più adatte ad un circo che ad una trasmissione televisiva. Della puntata di ieri, se ci pensate, non resterà impresso l’ottimo editoriale di Travaglio (mi riferisco al secondo), né le accuse, né le contraddizioni. Della puntata di ieri si ci si ricorderà della “sua” lettera al vice-direttore del Fatto Quotidiano, che agli occhi dell’italiano medio risulterà un diffamatore di professione, delle sue frecciate con Santoro, della sua posa nel momento in cui è stato definito «latin lover», delle «scuole serali», del «non sapete nemmeno scherzare», della pulizia della sedia.

Ma la più grande vittoria di Berlusconi è stata quella di far ammettere a Santoro che vi era stato un accordo tra le due parti affinché non si parlasse dei processi. «Lei non ha rispettato le regole che ci siamo dati», ha sbottato il conduttore di Servizio Pubblico e il leader del Pdl ha colto la palla al balzo: «Quali regole?», ha domandato retoricamente la prima volta e dopo non aver ricevuto risposta ha ripetuto: «Che regole?».  Al che Santoro ha ammesso: «Di non entrare nel merito dei processi». Sì, il momento più basso di Servizio Pubblico di ieri non è stata la performance da cabaret di quello che è stato il presidente del Consiglio, bensì l’ammissione del conduttore di essere sceso a “patti con il diavolo”, concordando che non si sarebbe affrontato il tema più spinoso in assoluto per il Cavaliere: i problemi giudiziari.

Ritengo il tutto particolarmente grave. Un giornalista non può e non deve mai perdere la sua autonomia, non può e non deve porre limiti alle domande, non può e non deve scendere a compromessi di alcun tipo con il suo interlocutore. Se “Tizio” non accetta che determinate questioni gli vengano poste, non lo si ospita. Semplice. Magari non si otterrà il 33% di share, ma la propria professionalità e la propria dignità resteranno intatte.

Le ultime parole famose di Maroni

In Partiti on 7 gennaio 2013 at 13:54

silvio-berlusconi-roberto-maroni_650x447Niente da fare. La Lega del 2013, quella di Roberto Maroni, è la stessa Lega di Umberto Bossi che si è contraddistinta dal 1994 al 1999: proclami, promesse, frasi forti puntualmente mai rispettate. Un altro fattore comune è il destinatario degli attacchi, Silvio Berlusconi, quello che il “Senatur” definiva:

«una volpe infida» (7 Marzo 1994), «Berluskaiser […] un affarista piduista» (5 Aprile 1994), «tecnocrate autocrate» (5 Aprile 1994, La Stampa), «un piccolo tiranno, un dittatore» (20 dicembre 1994), «incapace, […] una febbre malarica […] con una tendenza alla vaccaggine» (3 gennaio 1995, Corriere della Sera), «nazista, nazistoide, paranazistoide» (14 Gennaio 1995, Corriere della Sera), «un mostro antidemocratico» (11 febbraio 1995, Radio Radicale), «il grande fascista di Arcore» (10 Aprile 1995, La Repubblica), «cornuto» (19 Aprile 1995, Il Messaggero), «bandito» (2 Giugno 1995, Panorama),«suino Napoleon» (4 Luglio 1995, La Stampa) «brutto mafioso […] che guadagna i soldi con l’eroina e la cocaina (15 Settembre 1995, Corriere della Sera), «peggio di Mussolini» (16 Giugno 1998, La Repubblica), «è un mafioso, lo dichiaro ufficialmente … Berlus-Cosa nostra» (16 giugno 1998, La Repubblica).

Poi sappiamo tutti com’è andata: santa alleanza nel 2001, nel 2006, nel 2008, alle Comunali, alle Provinciali e alle Regionali. Spazzate via in un sol colpo tutte le accuse, compresa la copertina de La Padania del 1998: «Berlusconi, sei un mafioso? Rispondi». Una copertina che, sempre per Bossi, «ci è andata troppo leggera» (21 Agosto 1998, Ansa).

Ecco, Roberto Maroni ha copiato pari pari le gesta del suo predecessore, semplicemente eliminando qualche rutto di troppo:

«Noi siamo in opposizione, voi siete in maggioranza. L’alleanza è finita»
(29 Novembre 2011)

«Ora possiamo esprimere il nostro dissenso, in modo anche colorito. In questo senso è divertente. Con Berlusconi abbiamo votato tante cose indigeribili»
(22 Dicembre 2011)

«Qualcuno dice che la grande ammucchiata Bersani-Vendola-Casini farà tornare la Lega alleata di Berlusconi. Ma chi l’ha detto? Ma chi lo vuole?»
(2 Agosto 2012)

«La Lega con Berlusconi come nel ’94? E’ una cosa che mi pare di aver già visto qualche anno fa: un deja vu. Noi siamo per il cambiamento, per il nuovo e guardiamo al futuro»
(28 Agosto 2012)

«Presidente Berlusconi, si occupi del Milan e lasci perdere queste cose, perché non ha più l’età! Io non credo al destino, ma ai segni…tipo le nuvole che arrivano. Uno che cade alla ripresa, dopo le vacanze, e si spacca così. Beh, insomma, dovrebbe pensarci, non ha più l’età»
(31 Agosto 2012)

«Le nostre condizioni non cambiano: la Lega Nord non può fare alleanze con chi sostiene Monti. Siamo noi l’opposizione vera»
(18 Settembre 2012)

«La Lega Nord non farà alleanze per le prossime elezioni politiche con forze che abbiano sostenuto il governo Monti»
(30 Novembre 2012)

«La minaccia di far cadere le giunte di Veneto e Piemonte? Una barzelletta. Possibile sostegno della Lega a Monti. Idem. Ma chi è questo B?»
(13 Dicembre 2012)

«Berlusconi ha deciso di occupare tutti gli spazi televisivi. Non so quanto gli renda, perché poi la gente inizia a dirsi stufa, perché ripete le stesse cose e non credo che gli porterà più consensi»
(20 Dicembre 2012)

Oggi, però, arriva la notizia dell’accordo tra lo stesso Berlusconi e Maroni. Che dire: le ultime parole famose.