Pasquale Videtta

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Hitler e Mussolini sono vivi

In Attualità on 27 gennaio 2013 at 14:18

Hitler_and_Mussolini_June_1940Hitler e Mussolini sono vivi.

Sono vivi quando deridete un omosessuale, quando lo emarginate, quando lo private della sua libertà, della sua dignità, del suo amore, dei suoi diritti, quando lo etichettate come «frocio», «finocchio», «ricchione», «checca», quando dite che «ci sono cose più importanti da affrontare».

Sono vivi quando criminalizzate i migranti, quando li aggredite, quando vorreste «mandarli tutti a casa», quando considerate il colore della pelle una colpa, quando iniziate a dire «io non ho nulla contro i neri, ma… se… forse…», quando rispondete con l’indifferenza o con il disprezzo alla povertà, al bisogno d’aiuto, quando vi dimenticate che il nostro Paese è così ricco perché, nel corso della storia, ha avuto una mescolanza di culture enorme.

Sono vivi quando discriminate le persone in base all’orientamento religioso, quando impedite ai musulmani di avere luoghi di culto e di pregare liberamente, quando li considerate tutti dei pericolosi estremisti, quando continuate a dire «sporchi ebrei», «islamici di merda», «Italia agli italiani», quando chiudete gli occhi dinanzi ad un’ingiustizia.

Sono vivi quando ridete della disabilità, quando schernite un diversamente abile, quando usate la parola «handicappato» come offesa da rivolgere a qualcuno.

Sono e saranno vivi finché la dignità di ognuno non verrà riconosciuta, finché i diritti e le conquiste dei «diversi» verranno considerati come la vittoria di una minoranza e non la vittoria dell’intera società.

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Poi, va be’, aveva solo Vittorio Mangano in casa…

In Politica on 24 gennaio 2013 at 15:21

berlusconi-coppolaQuesta mattina, intervenuto a Radio 2, Silvio Berlusconi ha smentito ogni suo rapporto con le mafie: «Non ho nessun legame, l’ho già giurato sulla testa dei miei figli e dei miei nipoti».

Poi, va be’, aveva solo Vittorio Mangano in casa, definito da Borsellino «testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia», «terminale dei traffici di droga che conducevano alle famiglie palermitane», arrestato tre volte prima del 1974 per procedimenti penali che riguardavano truffa, emissione di assegni a vuoto, ricettazione, lesioni volontarie, tentata estorsione, condannato prima a quindici anni per traffico di droga e poi all’ergastolo per un duplice omicidio. Tra tanti “stallieri” (sì, Mangano venne assunto dal “povero” Silvio come “stalliere”, pur non avendo lui cavalli) presenti nella Brianza, in Lombardia e nel nord, Berlusconi è sceso a cercarlo fino a Palermo, dove finalmente ne ha trovato uno, casualmente mafioso. Ma non un mafioso qualsiasi eh, la «testa di ponte». Solo sfortuna, sì sì.

Poi, va be’, ha solo co-fondato Forza Italia con Marcello Dell’Utri, attualmente rinviato a giudizio per la Trattativa Stato-Mafia e condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa per i fatti accaduti sino al 1992.

Poi, va be’, la Fininvest, secondo i giudici di Palermo, avrebbe pagato il pizzo alla mafia.

Quisquilie, bazzecole, pinzillacchere.

Ecco il voto utile: i regali di PDS-DS-PD al Cav

In Partiti, Politica on 21 gennaio 2013 at 22:00

Schermata 2013-01-20 a 22.57.09Povero Antonio Gramsci, se sapesse a cosa si è ridotta l’Unità probabilmente rimpiangerebbe il giorno in cui decise di fondarla. E povera anche l’Unità, passata dalla direzione di Antonio Gramsci e quella di Claudio Sardo, autore del libro-intervista a Pier Luigi Bersani, e subentrato alla ben più critica e combattente Concita De Gregorio, evidentemente indisposta a rendere un giornale dalla storia così nobile ad house organ di un partito che quella storia l’ha completamente rinnegata.

Nella giornata di ieri, il quotidiano eterodiretto dal Partito Democratico ha sparato a zero contro Antonio Ingroia, candidato premier di Rivoluzione Civile, reo di aver deciso di presentare le proprie liste in ogni Regione d’Italia: «Il regalo di Ingroia al Cav», il titolo a 9 colonne.
Come se la responsabilità di 19 anni di Berlusconi e delle sue continue rinascite fossero dell’ex pm di Palermo, considerato dal leader del Pdl come «un cancro della democrazia».

Con un abile stratagemma orwelliano, quindi, il giornale del fu Antonio Gramsci, decide di stravolgere la realtà, dimenticandosi che i veri regali «al Cav» sono stati fatti, durante la storia politica dell’ultimo ventennio, da quelli che sono stati i suoi veri alleati ombra: prima dal Pds, poi dai Ds e infine dal Pd.

Il 24 Gennaio del 1997, Pds, Forza Italia, An e Ppi crearono il cosiddetto «Inciucio della Bicamerale»ribattezzato su l’Espresso da Claudio Rinaldi e Giampaolo Pansa, già prima della sua effettiva nascita, come il «D’Alemoni»: «E’ come – scrisse Pansa – se Silvio il Perdente si fosse vendicato entrando nel corpo di Massimo il Conquistatore, condannandolo a perpetrare le idee, la concezione mentale, le pulsioni illiberali del berlusconismo di guerra. E’ con gli attacchi di D’Alema ai giudici che ho capito che le idee del capo di Forza Italia erano passate nella testa del leader della Quercia».

Il «D’Alemoni», che Marco Travaglio ha definito, citando i Sepolcri di Foscolo«soave corrispondenza di amorosi sensi», nasce in seguito a nuove indagini giudiziarie nei confronti della politica. Innanzitutto, durante la campagna elettorale del 1996, scoppia il caso «Toghe Sporche»Previti, avvocato di Berlusconi, viene indagato per aver presumibilmente corrotto due giudici; parallelamente, si avvicina la chiusura di Tangentopoli, mentre a Palermo  vengono avviate altre indagini per via del rapporto tra giudici, politici e mafia: nel 1995, Giulio Andreotti viene rinviato a giudizio per associazione mafiosa; nel 1996 viene indagato il giudice Corrado Carnevale per concorso esterno in associazione mafiosa, in compagnia di altri tre ex magistrati della Cassazione: Stanislao Sibilia, Aldo Grassi e Paolino Dell’ Anno; sempre nel 1996 viene rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa Marcello Dell’Utri, co-fondatore di Forza Italia.

Nel frattempo Silvio Berlusconi riceve un rinvio a giudizio per concorso in corruzione (1995); un rinvio a giudizio per finanziamento illecito al PSI e per falso in bilancio aggravato (1996, processo All Iberian); un’indagine per concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio (1997), successivamente archiviata. E’ inoltre indagato dalla procura di Firenze e dalla procura di Caltanissetta per concorso esterno in stragi.

Come si fa a non riformare la giustizia e a cambiare la Costituzione con un uomo da queste credenziali? E infatti il centrosinistra spalanca le porte a Berlusconi, tessera 1816 della P2:

  • nel 1996, l’art.371 del codice penale, fortemente sostenuto da Giovanni Falcone, viene depotenziato con un voto bipartisan: stop agli arresti per i falsi testimoni;
  • nel 1997 inciucio della Bicamerale: Massimo D’Alema eletto presidente grazie ai voti di Forza Italia;
  • 1° Luglio 1997: abolizione dell’abuso d’ufficio non patrimoniale: un pubblico ufficiale, ad esempio, abusa del suo ruolo favorendo la persona Y, ma non si riesce a dimostrare il vantaggio patrimoniale ottenuto. Perché? Perché le giunte regionali di Lombardia (centrodestra), Piemonte (centrodestra) e Abruzzo (centrosinistra) erano coinvolte nella lottizzazione delle Asl ed erano state indagate quasi in blocco per abuso d’ufficio;
  • una sentenza della Consulta del 7 dicembre 1994 dichiara incostituzionale la legge Mammì, che permetteva a Mediaset di mantenere tre reti televisive sull’analogico, imponendo che entro il 28 agosto 1996 uno dei tre canali sarebbe dovuto finire sul digitale. Cosa fa il ministro delle Poste e telecomunicazioni Maccanico (governo Prodi)? Prima dispone due proroghe semestrali per Fininvest, poi realizza una legge (la legge Maccanico del 1997, appunto) che porta alla nascita dell’Agcom;
  • l’Agcom entra in funzione nel 1998, garantendo altri mesi di vita alle tre reti televise di Berlusconi, e istituisce una gara per gli 8 canali nazionali; Rete 4 perde a discapito di Europa 7, ma il Governo D’Alema arriva prontamente in soccorso di Silvio, concedendo proprio a Rete 4 una «abilitazione provvisoria» in modo da poter proseguire la messa in chiaro;
  • legge «ad Dell’Utrum» I: nel 1990 la Consulta elimina la possibilità di patteggiare (il patteggiamento garantisce uno sconto della pena) in fase d’appello, poiché incostituzionale. Nel 1998, però, durante il processo Dell’Utri (già condannato in primo grado a tre anni, due mesi e venticinque giorni di reclusione), il senatore Giuseppe Valentino di Alleanza Nazionale, infischiandosene della sentenza della Consulta, la ripropone: torna il patteggiamento in secondo grado di giudizio, grazie ai voti del centrosinistra. Dell’Utri non se ne avvale e la condanna viene confermata…;
  • legge ad «Dell’Utrum» II: … ma si sa, la Provvidenza non pone mai limiti: il 19 Gennaio del 1999, viene approvata in maniera bipartisan una norma transitoria alla legge Valentino che permette, udite udite, la possibilità di patteggiare anche in Cassazione, ossia nell’ultimo grado di giudizio. Il 16 Febbraio, 21 giorni prima dell’udienza finale su Dell’Utri, il tutto passa definitivamente, e il “buon” Marcello decide di avvalersi del patteggiamento: pena ridotta, sotto la soglia dei tre anni (fissata da un’altra legge bipartisan, la Simone[AN]-Saraceni[Pds] che evita il carcere a chiunque debba scontare meno di tre anni: Pomicino, Bisignani, Forlani, Citaristi, Sama, Garofano, condannati definitivamente per il processo Enimont, ringrazieranno sentitamente);
  • chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara: la maggioranza di centrosinistra, evidentemente non ancora soddisfatta, decide che oltre a realizzare gli intenti del centrodestra, è possibile spingersi oltre: perché non attuare anche alcuni desideri presenti nel papello di Totò Riina? Il 7 Agosto del 1996, il ministro della Giustizia Flick annuncia «la chiusura dei supercareri di Pianosa e Asinara entro il 1997». Promessa mantenuta: il 23 Ottobre 1997 il Consiglio dei Ministri vara la dismissione dei suddetti penitenziari (particolarmente osteggiati dai boss perché, essendo situati su isole, rendevano difficile la comunicazione esterna). Durissimo il giudizio de La Repubblica che, in un’analisi sull’operato del governo di centrosinistra nella lotta alla mafia, scrisse che «i boss di Palermo cominciano a tirare un sospiro di sollievo»;
  • bozza Boato (non approvata solo perché Berlusconi sciolse anticipatamente la Bicamerale): tratto da «L’inciucio colpisce ancora» di Peter Gomez e Marco Travaglio:

D’Alema avverte: «Il rapporto fra magistratura e potere politico è uno dei temi che più seriamente dovrà impegnare la Bicamerale». Il relatore sulla Giustizia è Marco Boato, ex Lotta continua, ex Psi, molto ostile alla magistratura. Il 30 ottobre ‘98 la bozza Boato viene approvata da tutti i partiti, tranne Rifondazione. Pare la riedizione del Piano di rinascita democratica di Licio Gelli: la magistratura non è più un “potere” dello Stato; carriere di pm e giudici separate, con due Csm in cui aumenta la presenza dei politici rispetto ai togati; i giudizi disciplinari sottratti al Csm e affidati a una “Corte di giustizia” con i magistrati ordinari in minoranza; le Procure non possono più prendere le notizie di reato, ma dovranno attendere le denunce della polizia (che dipende dal governo); l’azione penale non è più obbligatoria; “il ministro della Giustizia riferisce al Parlamento sull’esercizio dell’azione penale e sull’uso dei mezzi di indagine”.

Quando a Licio Gelli, capo della P2, venne chiesto un parere sulla Bozza Boato, da un lato s’inorgoglì, dall’altro si dispiacque perché avrebbe voluto che gli venisse riconosciuto il copyright: «Il mio Piano di rinascita? Vedo che, vent’anni dopo, questa Bicamerale lo sta copiando pezzo per pezzo, con la bozza Boato. Meglio tardi che mai. Mi dovrebbero almeno dare il copyright. Voglio i diritti d’autore».

  • la riforma dei pentiti di mafia che fa pentire di pentirsi (2001)la legge, proposta da Fassino, stravolge quella voluta da Falcone e Borsellino, riduce i benefici dello Stato riservati ai pentiti e riduce i tempi consentiti per collaborare con la giustizia: 180 giorni, poi stop. A spiegare la gravità della legge è il magistrato americano Richard Martin (collaboratore di Falcone) nella testimonianza resa al processo di Palermo contro Andreotti:

«Da noi non esiste alcun obbligo di dire tutto e subito, ma solo l’obbligo di dire la verità. Come mi insegnò Falcone, sviluppare la testimonianza di uno che è stato dentro una organizzazione come Cosa Nostra non è semplice, non è una cosa che si fa in una settimana, o in un mese. Quando uno ha vissuto, come Buscetta, trent’anni in Cosa Nostra, ci sarà un lungo periodo durante il quale si devono fare interrogatori e poi verifiche. Anche in Italia, Falcone non insisteva mai che qualcuno dicesse tutto subito, perché capita spesso che ci siano questioni, domande o informazioni che non sembrano rilevanti al momento. E perché il testimone non può sapere tutto quello che serve al Procuratore ad un certo momento, ma nel tempo possono venire fuori delle altre cose, delle altre domande. E questo è il metodo utilizzato da Falcone. Anche con Buscetta. Se dopo anni il collaboratore dice cose nuove, magari aprendo il discorso politico, per noi americani non fa differenza. (…) Se si parla di Cosa Nostra o di politica, è sempre la stessa cosa, è sempre necessario fare le verifiche. Ma non è proibita una testimonianza su un soggetto isolato (…) anche se è stata resa dopo un lungo periodo»;

Ad ispirare il provvedimento? L’attuale presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

  • discorso shockante di Luciano Violante (PDS-DS-PD) alla Camera:  «L’onorevole Berlusconi sa per certo che gli è stata data la garanzia piena, non adesso ma nel 1994, che non sarebbero state toccate le televisioni quando ci fu il cambio di governo. Lo sa lui (Berlusconi, ndr) e lo sa anche l’onorevole Letta. Comunque a parte questo la questione è un altra: voi ci avete accusato di regime nonostante non avessimo fatto il conflitto di interessi, avessimo dichiarato eleggibile Berlusconi nonostante le concessioni, gli avessimo aumentato, durante il mandato di centrosinistra… il fatturato di Mediaset è aumentato di 25 volte»;
  • indulto «ad Previtum»: il 4 Maggio del 2006 la Corte di Cassazione conferma la condanna di Cesare Previti: sei anni di reclusione per corruzione giudiziaria. La legge ex Cirielli, però, lo salva: l’ex avvocato di Silvio Berlusconi non dovrà “soggiornare” nel carcere di Rebibbia (dove vi rimarrà per soli quattro giorni), ma otterrà i domiciliari (che è quanto prevede la ex Cirielli per coloro che superano i settant’anni). Da questo momento in poi, non solo gli esponenti del centrodestra, ma anche quelli dell’Ulivo invocheranno l’indulto.Il via alle danze si ha il 6 Maggio, due giorni dopo la condanna, con il solito Piero Sansonetti, l’allora direttore del quotidiano di Rifondazione Comunista, «Liberazione»: «Salviamo Previti. Come? Con una legge ad personam: l’amnistia». Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’attuale sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. La sua soluzione? Non un’amnistia generalizzata per coloro che hanno ricevuto una condanna di sei anni (come proponeva Sansonetti), ma un condono ad personam di due-tre anni riservato a Previti, in modo da «poter rientrare nei limiti per accedere ai servizi sociali».Il 2 Giugno, Clemente Mastella, ai tempi Ministro della Giustizia, annuncia ai detenuti di Regina Coeli che proporrà «amnistia e indulto». Dichiarazioni che vennero accolte con favore da Fabrizio Cicchito, tessera 2232 della P2 e membro di Forza Italia, che però ci tenne a precisare«Dall’amnistia vanno esclusi solamente i reati di pedofilia e di criminalità organizzata. Punto. Nessuna discriminante su altri reati, magari per mantenere viva la polemica su Tangentopoli e sulla questione morale».Dopo una serie di «no» provvisori, l’11 Luglio in commissione giustizia si ha l’accordo tra Ds, Margherita, Forza Italia, Udc, Verdi e Rifondazione: arriva il testo messo a punto da Enrico Buemi (Rosa nel Pugno) che prevede l’indulto anche per i reati contro la Pubblica amministrazione, escludendo solamente terrorismo, mafia e pedofilia e mandando su tutte le furie Di Pietro.«Se non lasciamo nel testo la possibilità di far beneficiare dell’indulto anche Cesare Previti, Forza Italia non voterà con noi questo provvedimento. E vorrei ricordare a tutti che il quorum per farlo passare è di due terzi», ammette candidamente Pierluigi Mantinicapogruppo dell’Ulivo in commissione Giustizia, successivamente sbugiardato da La Repubblica e da Travaglio per le contraddizioni della sua coalizione.L’inciucio è servito: il 26 Luglio viene bocciato un emendamento dell’Idv che propone di escludere dall’indulto i reati contro la Pubblica amministrazione e il voto di scambio politico-mafioso. Stessa sorte per un emendamento del Pdci contro il voto di scambio: bocciato con 408 no (Ulivo, Forza Italia, Rifondazione), 57 sì (Pdci, Idv, Lega) e 53 astensioni (An). Il 27 Luglio la Camera approva l’indulto con 46o sì, 94 no (An, Lega, Idv),  e 18 astensioni (Pdci)Previti è salvo e con lui anche gli ex amministratori di Unipol, Consorte e Sacchetti, condannati il 25 Ottobre dal Tribunale di Milano: pena interamente condonata dall’indulto. Amen;
  • Ddl Mastella, bavaglio ai giornalisti (approvato alla Camera con voto bipartisan, non al Senato per scioglimento anticipato della legislatura): vietata la pubblicazione del “testo” e del “riassunto” degli atti giudiziari e delle intercettazioni fino alla conclusione delle indagini preliminari; la multa per il cronista che infrange il divieto di pubblicazione passano da un minimo di 51 euro a un massimo di 258 a un minimo di 10mila e a un massimo di 100mila;
  • Sì a condannati, indagati e pregiudicati per mafia nella Comissione Antimafia: il 6 Luglio 2006, la Camera  boccia l’emendamento di Orazio Licandro del Pdci con una maggioranza bulgara: 421 no, 21 sì (14 del Pdci più 7 voti ribelli). Cosa prevedeva di terribile per ricevere tutta questa contrarietà? Semplicemente che la Commissione Antimafia non fosse costituita da membri condannati,imputati o indagati per mafia o per reati contro la Pubblica amministrazione.A comporre la suddetta Commissione anche Cirino Pomicino, condannato a un anno e otto mesi di reclusione per finanziamento illecito (tangente Enimont) e a due mesi di reclusione (patteggiamento) per corruzione per fondi neri Eni, e Alfredo Vito, il quale patteggiò due anni di condanna con pena sospesa e cancellata 5 anni dopo, per sei episodi di reato contro la Pubblica Amministrazione.L’allora presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione, attualmente candidato in Sinistra Ecologia Libertà, reagì rabbiosamente non contro i due condannati, ma contro chi, come Nando Dalla Chiesa, contestava tale presenza: «Si vogliono spargere veleni per delegittimare l’istituzione, come già capito a Falcone e Borsellino», che sentitisi paragonare a Vito e Pomicino si sono rivoltati nella tomba. In fondo «il Parlamento è lo specchio del Paese», spiegava ancora Forgione.

    Quindi, siccome in Italia ci sono stupratori e pedofili, li piazziamo in Commissione per dare a tutti equa rappresentanza?

  • Scudo fiscale: 24 deputati del Pd si assentano e B. ottiene la fiducia: il 2 Ottobre 2009, la Camera vota sì alla fiducia sullo scudo fiscale. Tantissime le assenze nelle file del centrodestra, sarebbero bastati 20 voti non solo per evitare che il provvedimento passasse, ma anche per sfiduciare il Governo. Ma 32 parlamentari dell’opposizione si assentano: di questi, 24 del Pd.

Altro che Ingroia: negli ultimi vent’anni, il più grande alleato di Berlusconi è stato il centrosinistra, salvo poi evocare il suo spauracchio ad ogni tornata elettorale. Al «voto utile» (utile a chi? A cosa?) preferisco di gran lunga quello consapevole e libero dai ricatti.

P.S. Per chi volesse approfondire, consiglio la lettura dell’ottimo libro di Marco Travaglio «Ad personam», senza il quale sarebbe stato praticamente impossibile recuperare e ricostruire parte della memoria storica degli ultimi vent’anni.

Sentimento nazionale, padano, meridionale o per la poltrona?

In Partiti on 19 gennaio 2013 at 16:05

manifesto_leganord_2008

Chi spiegherà agli elettori di Fratelli d’Italia che il suddetto movimento potrebbe governare con la Lega Nord – per l’indipendenza della Padania? E chi spiegherà agli elettori della Lega Nord – per l’indipendenza della Padania che il suddetto partito potrebbe governare non solo con Fratelli d’Italia, ma anche con Grande Sud e il Movimento per le Autonomie? E chi spiegherà agli elettori di Grande Sud e del Movimento per le Autonomie che le suddette formazioni potrebbero governare con la Lega Nord – per l’indipendenza della Padania?

Pensandoci, però, c’è qualcosa che potrebbe unire queste quattro organizzazioni politiche: non il sentimento per la Nazione, per la Padania o per il Meridione. No, nulla di tutto questo. A tenerle insieme potrebbe essere un altro sentimento: sarà mica quello per la poltrona?

Una dichiarazione del Pd al giorno toglie il mio voto di torno

In LGBTQ, Politica on 19 gennaio 2013 at 12:50

finocchiaroAl Pd non bastava aver detto «no» alla patrimoniale e «sì» all’ennesima guerra, questa volta in Mali. No, i democratici, maggioritari solo nell’autolesionismo, si sono spinti oltre con Anna Finocchiaro che, dimenticatasi (come il suo segretario) di essere in una formazione politica che si definisce «progressista ed europeista», ha dichiarato che «la famiglia è quella tra un uomo e una donna, lo dice la Costituzione» (falso). Roba da mandare in brodo di giuggiole Giovanardi e la Binetti.

Poi, magari, chiedono pure il «voto utile». Ma utile a che cosa? A far perdurare una condizione di disuguaglianza? A negare la libertà? A reprimere l’amore? Il valore dell’uguaglianza è troppo progressista per il Partito Democratico? Una società giusta, un’Italia giusta, caro Bersani, è quella che riconosce ai suoi cittadini la stessa dignità e gli stessi diritti.

Eppure, il Pd che si definisce così europeista, dovrebbe ricordare che c’è una risoluzione del Parlamento Europeo, risalente al 13 Marzo, che invita gli Stati membri a «non dare definizioni restrittive di famiglia». Anche questo «ce lo chiede l’Europa», no?

Il «no» alla patrimoniale viola la Carta d’Intenti?

In Politica on 18 gennaio 2013 at 11:12

BersaniNero«Non voglio fare Robespierre o Saint-Just: niente patrimoniale», ha dichiarato quest’oggi Pier Luigi Bersani a Radio 24, dimenticandosi di aver sottoscritto una Carta d’Intenti, definita da lui stesso come «patto vincolante sul programma», che prevederebbe l’esatto contrario: «Il primo passo da compiere è un ridisegno profondo del sistema fiscale che alleggerisca il peso sul lavoro e sull’impresa, attingendo alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari».

P.S. Caro Nichi, dì qualcosa. Una qualunque, ma dilla. Tu che sei stato e sei un fervente sostenitore della patrimoniale, nonché un pacifista (Bersani ha detto che la Francia non va lasciata sola nel «giusto» intervento in Mali), non puoi restare in silenzio.

Nichi, adesso che profumo senti?

In Politica on 18 gennaio 2013 at 09:59

nichi bersaniSono le 10.40 e Pier Luigi Bersani mi ha ricordato, come ogni giorno e semmai ce ne fosse ancora bisogno, il perché o meglio i perché la coalizione Italia Bene Comune non avrà mai il mio voto.

In una serie di dichiarazioni rilasciate a Radio 24, il segretario del Pd ha appoggiato con convinzione l’ennesima guerra, questa volta in Mali, e ha chiarito che con lui non ci sarà nessuna patrimoniale: «Non voglio fare Robespierre o Saint-Just: niente patrimoniale. Giusto l’intervento in Mali della Francia, che non va lasciata sola».

Ecco, dopo il «no» al reddito minimo garantito (dal minuto 16.13), alla rinegoziazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio (pur avendoli osteggiati con Berlusconi, salvo poi votarli), ai matrimoni gay, al ripristino dell’art.18 e dopo il «sì» al Tav in Val di Susa e ad un inasprimento dei vincoli fiscali (sostegno alla proposta del ministro delle finanze della MerkelWolfgang Schäuble), viene spontaneo chiedersi: Nichi, ma adesso che profumo senti?

Progressisti, europeisti, conservatori? No, due ipocriti

In LGBTQ, Politica on 17 gennaio 2013 at 09:28

bersani montiAppena diciassette giorni fa Mario Monti, probabilmente dopo aver letto George Orwell, si auto-definiva «progressista», in un abile capovolgimento del significato delle parole. Come ho già scritto in precedenza, non ci sarà cambiamento se non si restituirà senso a quei termini vittime di abuso. L’enciclopedia Treccani può essere utile in questa missione: si definisce progressista chi «sostiene la necessità di accelerare il progresso, cioè l’evoluzione della società, nell’ambito politico, sociale ed economico, e si comporta e agisce di conseguenza (spec. in contrapp. a conservatore, reazionario)»

Ieri, però, il candidato premier centrista si è dichiarato contrario ai matrimoni tra persone dello stesso sesso e alle adozioni omogenitoriali: «La famiglia è formata da un uomo e una donna ed è giusto che i figli crescano con madre e padre»Questo sì che è progressismo.

La notizia, però, non è tanto che il conservatore Monti abbia detto «no» al pieno riconoscimento dei diritti civili; era piuttosto scontato, visto che a sostenere la sua candidatura vi è il Trio dell’Ave Maria formato da Casini, Binetti e Buttiglione. La vera notizia è che il vero (oppure presunto) candidato dei progressisti, ossia Pier Luigi Bersani, sui matrimoni omosessuali ha la stessa posizione del candidato premier dei conservatori. Il segretario del Pd non riesce ad andare oltre rispetto alle unioni civili:a un istituto giuridico diverso, che non garantirebbe gli stessi diretti e che creerebbe categorie di persone dalla dignità e dall’importanza diversa.

Eppure, entrambi si richiamano all’europeismo, giustificano provvedimenti iniqui e gravi utilizzando il mantra del «ce lo Chiede l’Europa». Sì, proprio la stessa Europa che, il 13 Marzo 2012, ha approvato una risoluzione che richiama gli Stati membri dell’UE a «non dare definizioni restrittive di famiglia».

Bersani e Monti non sono progressisti, né conservatori, né europeisti: sono semplicemente due ipocriti. E puzzano d’incenso.

Ma quindi che senso ha votare Sel?

In Politica on 14 gennaio 2013 at 14:47

Bersani-Vendola5-638x425Sui social network, quando un dirigente del Pd dice cose che profumano poco di sinistra, è matematico leggere tra i militanti di Sel una frase che è diventata come il «ce lo chiede l’Europa»: «per questo bisogna votare il nostro partito». Buono per ogni stagione, il «per questo bisogna votarci» viene ripetuto come un mantra: il Pd dice no alla pasta al pomodoro? «Per questo bisogna votarci. C’è una pasta al sugo migliore». Franceschini dice che la coca cola è migliore della Pepsi? «Per questo bisogna votare Sel. La solita coca cola #OppurePepsi».

In ordine di tempo, il candidato dei «progressisti» (la parola «sinistra» è ormai considerata una bestemmia)  Pier Luigi Bersani ha detto: al Tav e «nessuno può mettere l’opera in dubbio» (9 Marzo 2012); no ai matrimoni tra persone dello stesso sesso, travisando le effettive parole di Obama, rinforzate dal sostegno ufficiale del Democratic Party (31 Agosto 2012); no al ripristino dell’art.18 (10 Dicembre 2012), mentre Vendola non solo proponeva di estenderlo a tutti, ma “minacciava” i democratici di rompere l’alleanza: «se il Pd cede sull’art.18, il centrosinistra è a pezzi»; no alla rinegoziazione del fiscal compact e del pareggio di bilancio (26 Dicembre 2012), malgrado fosse di avviso completamente diverso quando a governare era Silvio Berlusconi«Non parlateci di pareggio di bilancio in Costituzione, sarebbe castrarsi da ogni politica economica» (11 Agosto 2011); ad un ulteriore inasprimento del fiscal compact e dei vincoli economici europei (26 Dicembre 2012), dichiarandosi parzialmente favorevole alla proposta di Wolfgang Schäuble (ministro delle finanze di Angela Merkel), che consiste nella nomina di un commissario unico (Bersani preferirebbe una commissione) col compito non solo di valutare l’effettiva applicazione delle regole di bilancio, ma anche di porre il veto; no (dal minuto 16:13) al reddito minimo garantito perché non ci sono i fondi necessari per sostenerlo: «Datemi i soldi e io domattina faccio la Danimarca. […] Non raccontiamoci che gli asini volano: noi abbiamo un sistema legato ad una storia e anche a delle risorse» (10 Gennaio 2013).

Insomma, tutte le battaglie che hanno contraddistinto Sel sono state cestinate in appena nove mesi dai loro alleati. Questo antipasto di ciò che sarà il futuro governo di centrosinistra è condito da una Carta d’Intenti che, di fatto, imbriglia ulteriormente Vendola:

«Le forze della coalizione, in un quadro di lealtà e civiltà dei rapporti, si dovranno impegnare a «sostenere in modo leale e per l’intero arco della legislatura l’azione del premier scelto con le primarie; vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta; assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese […]; appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona»

La cosa divertente è che proprio il governatore pugliese, convertitosi sulla via di Veltroni, ha invocato prima di chiunque altro il «voto utile» verso Italia Bene Comune (i cui intenti sono tutt’altro che comuni). Ecco, prima del «voto utile», magari bisognerebbe invocare quello «coerente». Ma evidentemente Nichi non può più farlo.

P.S. Durante la stesura di questo articolo, Bersani ha affermato che «i mercati possono stare tranquilli, lo statalismo è di destra». Davvero inebriante questo «profumo di sinistra».

Grillo, l’antifascismo e qualche differenza

In Politica on 12 gennaio 2013 at 14:15

beppe-grilloOrmai Beppe Grillo ha deciso di non porre freni inibitori al delirio. Ad una domanda secca, diretta, chiara da parte di esponenti di CasaPound, auto-proclamatisi «fascisti del terzo millennio», il «capo-politico» del Movimento 5 Stelle ha sviato. «Grillo, sei antifascista?», gli chiedono. E lui, forse dimenticandosi della Costituzione nata dalla Resistenza, dei partigiani morti per rendere tutti noi (lui compreso) liberi, dei morti nei campi di concentramento e dei processi sommari dei Tribunali Fascisti, ha risposto così: «L’antifascismo non è un problema che mi compete». Anzi, di più: «Questo movimento è ecumenico. Se un ragazzo di CasaPound vuole entrare nel Movimento 5 Stelle, ci entra, non ci sono problemi oggettivi per dire di no». Come se l’essere fascista non sia di per sé un enorme problema sociale, culturale e politico. 

Ecco, forse bisognerebbe semplicemente trovare le differenze:

«L’antifascismo non è un problema che mi compete. Questo movimento è ecumenico. Se un ragazzo di CasaPound vuole entrare nel Movimento 5 Stelle, ci entra, non ci sono problemi oggettivi per dire di no»
(Beppe Grillo, 11 Gennaio 2013)

«Con i fascisti non parlo»
(Enrico Berlinguer, rispondendo al moderatore Jacobelli che lo invitava a replicare ad una domanda del MSI)

«Il fascismo non è stato uno scherzo. E’ stato un’ondata di barbarie che ha minacciato di travolgere il mondo, di trasformare l’Europa in un immenso campo di concentramento nazista. In Italia sappiamo cosa è stato il fascismo: non solo la soppressione di ogni libertà, non solo lo sfruttamento dei lavoratori, non solo la miseria, l’abbandono delle Regioni meridionali. Il massacro dei comunisti, tra pochi giorni cade l’anniversario della morte del nostro capo Antonio Gramsci, di partigiani, di giovani che si opponevano al fascismo, che difendevano la libertà e l’indipendenza del nostro Paese»
(Enrico Berlinguer)

«Io non sono credente, ma rispetto la fede dei credenti; io sono socialista, ma rispetto la fede politica degli altri e la discuto, polemizzo con loro, ma loro sono padroni di esprimere liberamente il pensiero. Il fascismo no, il fascismo lo combatto con altro animo: il fascismo non può essere considerato una fede politica; il fascismo è l’antitesi delle fedi politiche, il fascismo è in contrasto con le vere fedi politiche perché il fascismo opprimeva chi non la pensava come lui»
(Sandro Pertini)

«Voi potete “conquistare lo Stato”, potete modificare i codici, voi potete cercare di impedire alle organizzazioni di esistere nella forma in cui sono esistite fino adesso; non potete prevalere sulle condizioni obiettive in cui siete costretti a muovervi. […] Ciò noi vogliamo dire al proletariato e alle masse contadine italiane da questa tribuna: che le forze rivoluzionarie italiane non si lasceranno schiantare, che il vostro torbido sogno non riuscirà a realizzarsi. […] Queste cose bisogna ripeterle, bisogna che lo sentiate fino alla nausea. Il movimento rivoluzionario vincerà il fascismo»
(Antonio Gramsci, 16 Maggio 1925, discorso alla Camera contro Benito Mussolini)

«Il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l’Italia in una guerra ingiusta ed infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di un ordine e di una legalità detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata»
(Primo Levi, da «Oro», in «Il sistema periodico»)

«Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione»
(Piero Calamandrei)